giovedì 21 dicembre 2006

Muse, il lato elettrico del Brit-pop


Attingono dal pop futurista e depresso dei Radiohead, ma anche dall'energia dell'hardcore americano. Ecco chi sono i Muse, la band rivelazione dell'indie rock britannico che ha conquistato Madonna
I Muse sono un trio di Tinighmonth, Inghilterra, esploso negli ultimi due anni grazie a un sound peculiare, che combina tenere melodie vocali, chitarre al vetriolo e suggestive atmosfere elettroniche. Una formula che rivitalizza il pop anemico dei
Radiohead con una verve hardcore presa in prestito da band come Sonic Youth, Nirvana e Rage Against The Machine.
La band nasce nel 1999 dall'incontro tra Matthew Bellamy (voce, chitarra e pianoforte), Dominic Howard (batteria) e Chris Wolstenholme (basso e cori). E nello stesso anno pubblica l'album Showbiz (Mushroom Records/Spingo) che conquista i favori del pubblico dell'indie-rock (oltre mezzo milione di copie vendute) e diversi premi della critica: "Brand New Band 2000" all'NME Carling Premier Awards, nomination come best band e best album ai Q Awards, best band e best live act ai Kerrang Awards. Sulla band si concentrano le attenzioni di diverse etichette internazionali, tra cui la Maverick di
Madonna che li ingaggia negli Stati Uniti.

La critica li consacra subito come gli gli eredi del guitar-sound, ormai disperso in divagazioni elettroniche, dei Radiohead. Ma c'è anche chi li accosta al cantautorato poetico e intimista di
Jeff Buckley. Eppure per Matthew Bellamy, leader della band, le influenze dei Muse sono completamente diverse: "Adoriamo i Rage Against The Machine e i Primus, siamo cresciuti ascoltando band alternative come Sonic Youth e Dinosaur Jr.". Influenze già percepibili in brani ambiziosi come "Fillip" e (soprattutto) "Sunburn", che travalicano i confini dell'agonizzante Britpop di fine anni '90. E di energia hardcore vibrano anche le performance live del gruppo, che sul palco scatena un uragano di suoni elettrici: "Ci presentiamo soli - racconta Bellamy - con i nostri strumenti, e chi ci ha visto può garantire che abbiamo l'energia di un'intera orchestra". E' proprio dal vivo, in effetti, che i Muse riescono ad essere più trascinanti, come conferma il successo della loro recente tournée italiana, che ha registrato sempre il tutto esaurito.

Ma l'etichetta Britpop, per i Muse, è difficile da cancellare. E c'è già chi ironizza su di loro come "cloni" dei
Radiohead. "La missione dei Muse è suonare come un ibrido geneticamente modificato di Queen, Jeff Buckley e Radiohead. Ci sono riusciti?", ironizza New Musical Express. E così Bellamy e soci decidono di accentuare l'anima rock del loro suono. Dichiarano apertamente di volersi rifare soprattutto al chitarrismo doc, da Jimi Hendrix ai Nine Inch Nails, passando per i Police e i Nirvana. E al solito produttore John Leckie (Radiohead, Stone Roses) decidono di affiancare David Bottrill, già con A Perfect Circle, Tool, Deus. La svolta si consuma in un tour americano che vede i Muse come gruppo spalla prima di Pavement e Flaming Lips, e poi dei Red Hot Chili Peppers. Bellamy, chitarra elettrica alla mano, si esibisce in performance infuocate che culminano spesso con il sacrificio degli strumenti di hendrixiana memoria.

Da questa svolta chitarristica nasce il nuovo album Origin Of Symmetry, preceduto dal robusto singolo "Plug In Baby". Registrato negli studi Real World di
Peter Gabriel a Bath e nello studio galleggiante sul Tamigi di proprietà dei Pink Floyd, è un album rabbioso e romantico al tempo stesso, che conferma il talento della band britannica. L'umore malinconico di brani come "New Born" ("L'amarezza cresce dentro/ come un neonato/ quando hai visto troppo e troppo presto"), "Darkshines" e "Citizen Erased" aggiorna al Duemila lo spleen decadente di Morrissey. E tutto il disco mette in mostra un sound fattosi ora più corposo e variegato, con tinte elettroniche metalliche e spaziali. Lo stesso NME, che nel frattempo li ha consacrati "band rivelazione del 2000", scrive ora di loro: "I Muse sono riusciti a trasformare le loro nevrosi di provincia in un'idea universale".
Il successo di Origin of Symmetry riporta alla luce anche uno dei primi lavori della band: l'interessante Ep Muscle Museum, che mette in evidenza il debito dei Muse verso il prog-romantic degli
Ultravox di "Quartet". Ormai la stampa britannica punta chiaramente su di loro, insieme ai Belle and Sebastian, come band di punta della scena indie rock. Ma Bellamy resta diffidente sui pericoli dello show business: "Ci sono molti uomini d'affari che spremono gli artisti e basta. In Gran Bretagna, poi, la stampa esagera sempre: ora ti esalta e ora ti distrugge. Fino a poco fa non venivamo presi sul serio, forse perché eravamo troppo giovani, ora le cose stanno cambiando". Parola del nuovo astro nascente del rock britannico. Un ragazzo del 1978 che dice di identificarsi in "Blue Valentine" di Tom Waits e di amare oltre ogni limite il personaggio di Al Pacino nel "Padrino".

I Muse tornano nel 2002 con la doppia antologia Hullabaloo Soundtrack che raccoglie B sides degli inizi carriera (marzo 1999-ottobre 2001) più un estratto da un concerto a Parigi.

Nel 2003 i Muse tornano con
Absolution, per un ennesimo successo di pubblico, che però delude in buona parte le aspettative della critica.Dopo una intro inutile parte "Apocalypse Please", pezzo tirato retto in retrovia da un accordo elementare di piano, con la voce di Bellamy che come al solito tende in progressione e gioca in falsetto, pochi accordi di tastiere minimali alla Philip Glass. Pezzo sincopato dalla struttura scheletrica ma di buon impatto. Come al solito, però, è la voce che sorregge il brano mentre la parte strumentale arranca un po’. La successiva" Time Is Running Out" è un pezzo tutto sommato simile, ma gode di una progressione mozzafiato rovinata da un coretto indegno in coda allo zenit emotivo del brano. Rallentiamo con "Sing For Absolution", pezzo compositivamente più solido, decisamente melodico con finale in crescendo, forse un po’ troppo urlato, ma tutt' altro che disprezzabile. "Stockholm Syndrome" prova degli inserti quasi heavy senza convincere, c' è una ricerca ostentata del “wall of sound”, ma tra l' altro cominciamo un po' ad annoiarci di Bellamy, sempre sull'orlo del collasso con l'ugola appesa al microfono. Pezzo inutile. "Falling Away With You" ha un inizio voce e acustica che ben presto accelera, per poi riprendere la linea melodica primitiva. Quello che manca è proprio la struttura compositiva, che risulta inconsistente. Tralasciamo "Interlude", 30 secondi di rumore , per proseguire con "Hysteria", pezzo chitarristico che riprende un po' "Stockholm Syndrome", con l'aggravante di un ritornello adatto ai cori da stadio. "Black Out" ci stupisce un po' per la sovrabbondante presenza di archi: pezzo malinconico, magari non travolgente, ma suggestivo. Stiamo disperando di tornare almeno alla qualità dei primi brani ed ecco " Butterflies And Hurricanes", forse il pezzo migliore del disco, solita progressione, ma rinvigorita e raffinata da un ottimo ed eclettico gioco strumentale, con la sezione ritmica che riesce a oltrepassare i limiti di un accompagnamento granitico ma un po’ ottuso e inserti pianistici che sembrano veramente rubati a Gershwin. Un pezzo ridondante e decadente, ma veramente notevole. Che sia solo un 'illusione, però, lo dimostra la successiva "The Small Print", solito e sterile scintillar di muscoli e rotear di spade. "Endlessly "è un riempitivo così come "Thoughts Of A Dying Atheist", che per lo meno ha il pregio di una ritmica ballabile e divertente. Colpo di coda finale con "Ruled By Secrecy", lenta, al piano, suadente e malinconica.Absolution è un disco alterno, non da buttare ma sostanzialmente una grossa delusione.

Il quarto disco dei Muse abbandona in parte le atmosfere da qualunquismo apocalittico orribilmente classicheggiante del lavoro precedente, per ripescare il pop-rock elettrico degli esordi, ma non solo. Il gruppo cerca nuove vie, tenta di ampliare il proprio raggio d’azione; impossibile non porsi dubbi dopo il passo falso di
Absolution, che faceva intravedere un’obsoleta tendenza a comporre canzoni banali e ripetitive.Il singolo che lancia Black Holes & Revelations (2006) lascia intravedere segnali incoraggianti: "Supermassive Black Hole", con il suo riff epidermico e il suo falsetto volutamente sdolcinato, si rivela infatti un ibrido rock moderno, con la sua carica ipnotica, tra eco discendenti e distorsioni luccicanti. Purtroppo, però, non tutto il disco si mantiene su questi standard; il synth che introduce "Take a Bow" sa di già sentito ed il tema melodico è ancora peggio; i Muse vogliono comporre musica toccante, ma non sono i Radiohead. Il brano si riprende tuttavia nel crescendo elettronico successivo, avvincente e ricco di tensione. La melodia banale di "Starlight" si basa su un impasto di fondo discreto; rovinato dall’appeal troppo easy del cantato. Ugual sensazione suscita "Invincibile", forte di un ritmo marziale e di musicalità tenui, rovinate dalla melodia insulsa. "Soldier’s Poem" è la solita triste ballata senza alcun sussulto emotivo. Le trame si fanno più interessanti con "Map Of The Problematique", un affascinate intreccio di chitarre ed elettronica dalle sonorità distese e ben equilibrate. "Assassin" è bel rock, affannato forse nel refrain, ma abbastanza slanciato nel macinare ritmi furenti. L’epico riff di "Exo Politics" è probabilmente il migliore del lotto, stesso discorso non si può fare per la melodia che si dimostra il principale punto debole del disco. Dispiace vedere come brani discreti di rock elettronico vengano continuamente rovinati dal songwriting stantio di Mathew Bellamy. "City Of Delusion", sfuggente mix di psichedelica sintetica e armonie latineggianti, sarebbe stata un piccolo capolavoro, messa nelle mani dei musicisti giusti. "Hoodoo" fa capire che i Muse, privati della voce lamentosa di Bellamy, sarebbero potuti essere persino un punto di riferimento per il prog-rock.Ma purtroppo non tutte le favole hanno un lieto fine e dobbiamo accontentarci dei sei splendidi minuti di guerra trasposta in musica che vanno a formare "Knights Of Cydonia", forse l’unico vero brano degno di essere ricordato in questo disco, insieme al primo singolo. Black Holes & Revelations è un album sintomatico dei problemi del gruppo; le potenzialità per diventare qualcuno ci sono, ma nella maggior parte dei casi vengono sciupate a favore di un pop-rock dannatamente insulso e maleodorante. È ora che i Muse imparino a gestire le loro capacità.

The Coldplay


Coldplay è il nome di un gruppo post-Britpop/Rock alternativo di Londra, Regno Unito noto per le sue melodie rock e testi introspettivi.
I suoi membri sono:
Chris Martin: cantante principale e capo della band, principale suonatore di pianoforte/tastiera e chitarra
Johnny Buckland: chitarra principale, armonica, vocalista di supporto
Guy Berryman: bassista, suona sintetizzatore, armonica ed è vocalista di supporto
Will Champion: batterista/percussionista, suona il piano ed è vocalista di supporto.
Le prime produzioni dei Coldplay erano influenzate da artisti come
Radiohead, Jeff Buckley, e Travis. Altre ascendenze riguardano anche U2, R.E.M., Pink Floyd, John Lennon, The Smiths, Sparklehorse, The Stone Roses, Tom Waits, Neil Young, Echo and the Bunnymen e, più di recente, Johnny Cash. Prima della sua morte, Cash era in effetti pronto a registrare un brano scritto dalla band.
Dalla pubblicazione di
A Rush Of Blood To The Head, i Coldplay hanno iniziato anche un'intensa attività in supporto di varie cause sociali e politiche. Si sono battuti per la campagna di Oxfam per il Commercio equo e solidale ed Amnesty International. Il gruppo ha anche preso parte a vari progetti caritatevoli come Band Aid 20, Live 8, ed il Teenage Cancer Trust. Martin si pronunciò anche contro l'inizio della Seconda Guerra del Golfo nel 2003 e sostenne il candidato democratico alle elezioni presidenziali americane John Kerry nel 2004.
Sebbene in crescente popolarità, i Coldplay sono rimasti molto riottosi nei confronti dell'uso della loro musica nei media. Sebbene la band permetta che la sua musica sia usata nei film, in televisione, ed in spot commerciali come il
trailer di Peter Pan, rimane scettica riguardo alla sponsorizzazione di prodotti commerciali. La band ha infatti respinto ricchi contratti con Gatorade, Diet Coke e The Gap, che volevano usare rispettivamente le canzoni "Yellow", "Trouble", e "Don't Panic", a detta di Martin snaturando i significati dei brani.

martedì 12 dicembre 2006

Radiohead



RADIOHEAD
Ok Computer
Anno: 1997
Quando nel 1997 esce "Ok Computer", i
Radiohead sono considerati a pieno titolo una band di brit-pop. In effetti, dopo l'intimista e quasi totalmente acustico "The Bends", la band di Oxford si è qualificata come capofila di questo filone della musica britannica in cui l'ispirazione alle melodie degli Smiths sorregge interi album, a volte in maniera monotona (Oasis, Blur).Ma i Radiohead sono stanchi di questo ruolo. Per molti sono solo "quelli di 'Creep'", inno adolescenziale che nel 1993 li ha lanciati sulla scena. È giunto il momento di cambiare, e "Ok Computer" segna una svolta non da poco nella musica dei Radiohead, non una cesura con il recente passato ma un graduale avvicinamento a stili sonori totalmente diversi da quelli di "The Bends". Si affina così il lavoro in studio. "Avevamo ascoltato Ennio Morricone, i Can e un sacco di roba caratterizzata da un abuso di tecniche di studio. Volevamo provare anche noi", spiegò all'epoca Thom Yorke.
Apre il disco "Airbag". Un riff di chitarra bruciante, un arpeggio nascosto e una batteria che entra da schiacciasassi. Su questo mix esplosivo, in totale contrapposizione, la voce cantilenante di Yorke, che parla della sua paura atroce verso le automobili. "Airbag" è un pezzo molto curato nell'arrangiamento, con il basso e la batteria in ritmi sincopati e l'arricchimento di un violoncello a doppiare il riff portante della chitarra. Il gioco tra basso e batteria continua in crescendo, fino al liberatorio accordo finale; infine, quattro piccoli "bip" introducono il capolavoro del disco. "Paranoid Android" è il primo singolo estratto dell'album, dura quasi 6 minuti e mezzo ed è accompagnato da un video surrealissimo: facile capire perché MTV non l'abbia passato neanche una volta. Paranoid Android è un pezzo favoloso, diviso in tre movimenti a cui si aggiunge l'esplosione finale. Il testo è disperato e critico verso la generazione degli anni 80, gli yuppies cocainomani e "little piggy". Ma le liriche dei Radiohead sono spesso difficili da interpretare…molto più espressiva è la loro musica: la prima parte è costituita da delicati accordi sospesi su cui di tanto in tanto si innestano delle linee di basso originali e fantasiose, mentre l'alternanza di 4/4 e 7/4 della parte centrale offre alla chitarra aggressiva di Jonny Greenwood terreno fertile per un assolo bellissimo e spaziale. Proprio con l'assolo si passa alla sezione più triste del brano, con una sequenza di accordi discendenti che il falsetto di Yorke valorizza al massimo. In un crescendo di disagio e desolazione, il trascinato e laconico verso "God loves his children, yeah" spiana la strada all'esplosione sonora finale, che lascia completamente atterriti.
L'unico modo per uscire dalla claustrofobica "Paranoid Android" è il geniale arpeggio iniziale di "Subterranean Homesick Alien" (che richiama nel titolo un vecchio successo di
Bob Dylan, "Subterranean Homesick Blues"). È su questa dolce e malinconica melodia che viene sviluppato il concetto di alienazione, predominante in tutto "Ok Computer". Questo è l'unico pezzo che può logicamente seguire "Paranoid Android" e nel contempo preparare il terreno a "Exit Music (For a film)", uno dei vertici massimi dell'intera carriera della band.Partendo da un lento, ossessivo accordo acustico di Si minore, "Exit Music (For A Film) racchiude in sé la melodia tristissima di Yorke, che declama una vera e propria poesia, culminante nella voce tremolante dell'ultimo verso ("we hope that you choke").
A questo punto qualsiasi disco potrebbe considerarsi concluso, ma dopo sole 4 tracce ciò non è possibile (Anni 70, dove siete?!). Per attenuare il clima da funerale parte "Let Down", eterea canzonetta brit-pop, dolce e malinconica, che cela un arrangiamento d'autore, specialmente nei cori e nelle frasi chitarristiche.Un barlume di elettronica introduce "Karma Police", forse il brano più noto al grande pubblico del gruppo. E' una classica melodia orecchiabile sulla quale viene descritta, ancora una volta, la depressione cronica degli alieni Radiohead ("For a minute there I lost myself"). Un gradito calo di tensione, con un testo fortemente ironico, indirizzato agli allarmisti che non esitano a chiamare le forze dell'ordine per reati abbastanza inusuali come "portare i capelli alla Hitler" oppure "ronzare come un frigorifero". È la canzone più "beatlesiana" dell'album, e al contempo lo spartiacque tra le due parti del disco. Infatti, dopo i suggerimenti robotici di "Filter happier", critica all'utopia dell'uomo perfetto, si apre la sezione più sperimentale dell'album.
"Electioneering", l'episodio più violento del disco nonché un brano fortemente politico: Yorke si scaglia contro le false promesse dei candidati in campagna elettorale, puntualmente non rispettate una volta al potere. Segue "Climbing up the walls", un rock lento e dilaniato da notte di plenilunio, in cui distorsioni noise fanno da scudo a una voce impaurita ed a percussioni arrabbiate in lontananza.Il contrasto che i Radiohead creano tra "Climbing.." e il pezzo successivo è sbalorditivo. Un carillon. Un arpeggio da ninna-nanna. Questo è l'inizio della xilofonica "No Surprises", un brano dolcissimo e stranamente positivista, ma in cui la voce di Yorke riesce a mostrarsi ancora insicura e malcelatamente triste. Tutto in "OK Computer" è ciclico. "No surprises" riprende il filo di "Let down", nascondendosi dietro paesaggi musicali da zecchino d'oro.
Nel finale dell'album, i Radiohead non mancano di rammentarci le difficoltà della vita in "Lucky" e "The Tourist". La prima, ideale continuazione di "Exit Music (For A Film)", ricama splendide armonie di ispirazione blues sulle quali la voce di Yorke, dolce e triste al tempo stesso, si conferma straordinariamente espressiva. Il tema di "Lucky" è l'amore, e il tutto è impreziosito da coretti alla
Pink Floyd e soli di chitarra alla Gilmour. "The Tourist", invece, scritta da Johnny Greenwood, è l'ultima tappa di un fantastico viaggio nei meandri della malinconia, summa ideale dell'intero lavoro. Il cantato è lento e trascinato (del resto "slow down" esclama Yorke), in un clima da dilatazione spaziale circondato da una splendida batteria jazzy in 3/4.
"Ok Computer" è l'ultimo disco dei Radiohead prima della svolta elettronica di "
Kid A / Amnesiac", un disco di canzoni venate da una malinconia di fondo quasi disarmante, leggero e duro, e nel contempo straordinariamente e semplicemente bello.

sabato 9 dicembre 2006

Goran Bregovic


Con la radici nei Balcani, di cui è originario, e la mente nel XXI secolo, le composizioni di Goran Bregovic mescolano le sonorità di una fanfara tzigana, le polifonie tradizionali bulgare, una chitarra elettrica e percussioni tradizionali con delle accentuazioni rock…., il tutto con lo sfondo di un’orchestra d’archi dai ritmi indiavolati e le voci gravi di un coro maschile, dando vita ad una musica che ci sembra istintivamente di riconoscere e alla quale il nostro corpo difficilmente sa resistere.
Nato a Sarajevo da madre serba e padre croato, Goran Bregovic crea i suoi primi gruppi rock a sedici anni. “il rock aveva all’epoca un ruolo fondamentale nella nostra vita. Era l’unica possibilità per poter esprimere pubblicamente il nostro malcontento senza rischiare di finire in galera, o quasi”.Per far piacere ai suoi genitori, Goran si impegna a proseguire i suoi studi di filosofia e sociologia che lo avrebbero portato ad insegnare, se l’enorme successo del suo primo disco non avesse deciso altrimenti.Seguono quindici anni con il suo gruppo White Button e tredici album venduti in 6 milioni di copie. Tour interminabili in cui Goran diventerà l’idolo della gioventù jugoslava. Alla fine degli anni 80, Bregovic si libera del suo ruolo sfibrante di “star” e si isola in un “ritiro dorato” in una piccola casa sulla costa adriatica, un vecchio sogno d’infanzia.Qui compone le musiche del terzo film di Emir Kusturica “Il Tempo dei Gitani”. Ma ben presto i primi disordini scoppiano in Yugoslavia e i due amici sono costretti ad abbandonare tutto e trasferirsi a Parigi. Alla sua origine già mista, Goran ha aggiunto una moglie mussulmana, e i tempi non sono propizi per questa allegra e stimolante mescolanza.

La voce degli angeli


JEFF BUCKLEY

Con il suo canto angelico, Jeff Buckley ha saputo in qualche modo tramandare lo spirito fragile e disperato del padre. Consacrandosi tra i personaggi di culto degli anni Novanta

Jeff Buckley stava per diventare un mito con un solo disco, Grace, destinato a rimanere uno dei capolavori degli anni '90, quando una morte assurda lo portò via. Ma tutta la sua vita è segnata da un destino negativo.

Jeffrey Scott Moorhead nasce il 17 novembre 1966 a Orange County, da Mary Guibert (riconiugata con Ron Moorhead) e da Tim Buckley. Suo padre, uno dei più grandi cantanti e compositori della storia del rock, iniziava proprio in quel periodo la sua carriera, incidendo il primo disco e separandosi, dopo poche settimane, dal piccolo Jeff e da sua madre. Tim morì per overdose all'età di 28 anni, entrando nella leggenda della musica americana e trascinando suo malgrado il figlio, che vide per la prima volta poche settimane prima di morire, inconsapevole di un destino altrettanto avverso che si prospettava anche per Jeff.

A 17 anni Jeff forma il suo primo gruppo, gli Shinehead, a Los Angeles. Nel 1990 ritorna a New York e con l'amico Gary Lucas costituisce i Gods & Monsters. Ma i dissidi interni portano il progetto ben presto al fallimento. Jeff Buckley inizia allora una carriera solista suonando nel circuito del Greenwich Villane e rendendosi noto soprattutto per la partecipazione al concerto tributo in onore del padre, di cui interpreta “Once I Was” (da “Goodbye and Hello”). Le sue prime esibizioni avvengono in un piccolo club dell'East Village di New York chiamato Sin-E'. Nel 1993, dopo alcuni anni di gavetta, Jeff ha la possibilità, tramite la Columbia, di registrare il suo primo disco, inciso dal vivo, proprio nel "suo" club. Live at Sin-E', contiene solo quattro pezzi, due dei quali sono cover, una di Edith Piaf e l'altra di Van Morrison, e due suoi pezzi, "Mojo Pin" ed "Eternal Life".

Per promuovere il disco Jeff e la sua band partono per una tournée nel Nord America e in Europa. Visto il discreto successo, la sua casa discografica avvia una campagna promozionale per il suo primo disco completo Grace, pubblicato negli Usa nell'agosto del 1994. Nell’album si rivela tutto il talento di Jeff: la sua voce invocante sembra prendere coraggio per strada, finendo in un crescendo, intenso e doloroso. I testi - veri tormenti dell'anima e del profondo – pescano nel repertorio del padre Tim, ma anche di Bob Dylan, Leonard Cohen e Van Morrison. Il lavoro contiene dieci tracce: tre composte da Jeff, due in collaborazione con l'amico Gary Lucas, una con Michael Tighe e una con Mick Grondahl e Matt Johnson, più tre cover, tra le quali, da brivido, la meravigliosa "Halleluja" di Cohen.

Nell'album, Jeff Buckley suona chitarra, harmonium, organo e dulcimer, accompagnato da Mick Grondahl al basso, Matt Johnson alla batteria e percussioni, Michael Tighe e l'amico Gary Lucas alle chitarre. Grace risulta davvero un'opera carica di grazia, eseguita da un gruppo di tutto rispetto, con pezzi che esaltano le doti vocali di Jeff (in particolare le altre due cover, "Liliac Wine", "Corpus Christi Carol") tali da raggiungere una struggente intensità. Il canto di Buckley parte piano, modulando le inflessioni nello stile dei folk-singer, ma finisce sempre in un crescendo drammatico e “mistico”, lambendo blues e gospel. Uno stile ad effetto, che lascia senza fiato in ballate come “Lover”, “Ethernal Life” e “Dream Borother”, oltre che nella struggente title track. Musicalmente, sono il tintinnio della chitarra di Gary Lucas e i soffici sottofondi delle tastiere di Buckley a esaltare il senso di religiosità dei brani (meta' dei quali sono di ispirazione liturgica). Arrangiamenti eleganti, a volte sinfonici, in bilico tra folk e rock, pop e soul, si combinano bene con l’esile trama delle melodie.

Nel 1997 viene avviato il progetto per la realizzazione del nuovo disco My sweetheart the drunk, che uscirà postumo, in una veste piuttosto grezza e visibilmente incompleta, con il titolo di Sketches (for my sweetheart the drunk).

La notte del 29 maggio l'artista si reca con un amico a Mud Island Harbor (Tennessee), dove decide di fare una nuotata nel Mississippi e si getta nel fiume completamente vestito. Qualche minuto più tardi, forse travolto dall’ondata di una nave, sparisce tra le acque. La polizia interviene immediatamente, ma senza risultati. Il suo corpo viene ritrovato il 4 giugno, vicino alla rinomata Beale Street Area. Aveva solo 30 anni. Le indagini stabiliranno che il musicista non era sotto l’effetto né di droghe né di alcol.

Nel 2000, la Columbia, dietro la supervisione di Michael Tighe e della madre di Jeff, pubblica Mistery White Boy, una raccolta dal vivo, e Live in Chicago (su dvd e vhs), concerto del 1995, registrato al Cabaret Metro di Chicago. Nel 2001, esce invece Live à l'Olimpya, ritratto del giovane Jeff nella sua Parigi, contenente brani del primo disco e qualche cover.

Emerso dal circuito folkie e bohemien newyorkese, Jeff Buckley si è dimostrato musicista di razza nonché musa ispiratrice di molti artisti rock, anche in epoca recente. Seppur meno geniale del padre, ha saputo in qualche modo tramandarne lo spirito fragile e disperato, rivelandosi uno dei “personaggi” di culto del decennio Novanta.

Aphex Twin


Richard D. James, nato nel 1971 in Cornovaglia, noto ai più sotto la sigla Aphex Twin (ma non si contano le uscite a firma AFX, Caustic Window, Blue Calx, The Dice Man, Gak, Polygon Window) è uno dei misteri più affascinanti della musica contemporanea. Ha lo stesso nome che i suoi genitori – conosciutisi mentre lavoravano in un ospedale psichiatrico canadese – avevano dato nel 1968 al primogenito morto subito dopo il parto. Due Richard D.James, allora: la lapide del primo compare sulla copertina del singolo Boy/Girl inciso dal secondo.



Musicista con patente di eccentrico cementata dall’acquisto di un carro armato, di un’auto corazzata dell’esercito britannico, di un edificio dipinto color argento, ex sede di una centrale elettrica della metropolitana di Londra. Spiccata attitudine a presentarsi in pubblico in pose non proprio da star (durante il tour del 1996 se ne stava tranquillamente sdraiato sul palco a fumarsi un sigaro, circondato da una fauna inquietante di culturiste e attori che indossavano costumi da animali); croce della signora Ciccone che da anni gli dà la caccia per farsi produrre un disco. Intervistarlo? Tirargli fuori qualcosa sul concetto di brain dance della quale è unanimemente considerato un guru? Un’impresa. Alla rivista italiana ‘Rumorè (n.117, ottobre 2001) ha risposto via e-mail in maniera a dir poco elusiva. Nessuna rivelazione circa i trenta brani di Drukqs, nuovo doppio album su etichetta Warp (quadruplo nella versione vinile). La situazione non migliora molto visitando i due siti paralleli (www.drukqs.com e www.drukqs.net ): sul primo c’è una conversazione tra due sballati a proposito di musica e business, sul secondo cinque ‘aperitivi’ audio scaricabili (Avril 14th; Meltplace 6; Taking Control; Jynweythekylow; Nanou 2).



FAQ: Chi è Aphex Twin? Ottimo argomento per una puntata di X-Files, ragazzi.

“Suona veramente arrogante, ma la mia è la musica che preferisco in assoluto. La preferisco a quella di chiunque altro.”

FAQ 2: È un extraterrestre buono o cattivo?

La leggenda lo vuole precocemente attratto dalla possibilità di esplorare e manipolare suoni naturali ed artificiali. A dodici anni, stanco di picchiare sui tasti del pianoforte di casa, compra un sintetizzatore, lo fa a pezzi (“Non valeva niente”), sviluppa un amore viscerale per i circuiti integrati. Il punk gli viene presto a noia, preferisce Cage, Satie, Stockhausen, la musica classica, Philip Glass (al quale, nel 1995 chiederà di curare gli arrangiamenti orchestrali per il brano Icct Hedral). Registra i primi esperimenti nella sua stanza (in parte raccolti nell’album Selected Ambient Works 1985/1992), poi si innamora della techno e debutta come dj fisso al Bowgie Inn di Truro insieme all’amico Grant Wilson Claridge. Fitta la discografia: tra singoli, E.p.’s, brani composti per videogiochi, album interi (non tutti rintracciabili sul mercato ufficiale), collaborazioni sparse, un vero dedalo. Ecco, in breve, chi è l’uomo di Drukqs (termine che, precisa R.D.J., non ha niente a che fare con le droghe). Fiumi d’inchiostro su vita ed opere dell’autore di Come to Daddy e Windowlicker (indimenticabili i rispettivi videoclip da incubo girati da Chris Cunningham), dell’inventore di un genere che non è ambient, né techno, tantomeno dance (nell’accezione commerciale del termine) proprio per le sue profonde radici nella musica concreta. “Faccio musica col computer” dice R.D.J. “Non uso più le tastiere, solo il mio computer .” Si dichiara stanco dello showbitz e delle case discografiche (fatta eccezione per la Rephlex, sua etichetta personale), minaccia un imminente ritiro dalle scene e, in tono beffardo, sostiene di aver assemblato Drukqs con brani di suoi emuli pescati su internet. Dovremmo credergli? Prima ancora che alle zone alte delle classifiche di vendita, Drukqs è un album destinato alla storia della musica. Un lavoro colossale e rigoroso che offre all’ascoltatore una sintesi perfetta tra pop e musica colta, alchimia di suoni che nascono dalla sfera onirica di R.D.J. (“Compongo in stato di dormiveglia”) e si riversano sugli strumenti utilizzati in fase di registrazione. Non somiglia a nessuno dei dischi incisi fin qui (come Aphex Twin o altro), eppure sembra riassumere la ricerca di un’intera vita da artista solitario e sregolato. Per molti, non per tutti.

venerdì 8 dicembre 2006

Rock The Casbah


"Rock the Casbah", one of the most popular songs by The Clash, was released on their 1982 album Combat Rock. It is one of their few songs to become a Top 10 hit in the United States, reaching #8 on the Billboard Hot 100.
The song was inspired by the banning of
rock music in Iran under Ayatollah Khomeini. The song gives a fictitious account of the ban being defied by the population who proceed to "rock the casbah", causing the King to order jet fighters to bomb any people in violation of the ban. The pilots ignore the orders, and instead play rock music on their cockpit radios. The song does not mention Iran, nor does it give the specifics of any Islamic nation, and in fact it uses Arabic terms instead of Persian, mentioning casbah, sharif, bedouin, and sheikh. This is typical of the Clash, who often mix up some of the particulars in political songs. This is also shown in the line 'He (he being the fictional Muslim king) thinks it's not kosher'. Kosher (Hebrew: כָּשֵר) is a Jewish term and is unlikely to be used by an Islamic king - a deliberate irony further emphasized by featuring an orthodox Jew dancing with a Sheik in the song's video.
"Rock the Casbah" originated when the band's manager, after hearing them record an inordinately long track for the album, asked them facetiously "does everything have to be as long as this
raga?"[citation needed] (referring to the Indian musical style known for its length and, at least to rock audiences, complexity). Joe Strummer later wrote the opening lines to the song: "The King told the boogie-men 'you have to let that raga drop'". The rest of the lyrics soon followed.
The song is one of the few in which
drummer Topper Headon played a substantial role in the writing of the music beyond the percussion tracks. The instrumental opening was a tune he had written on the piano some time earlier, and had toyed with during rehearsals before being incorporated into the song.[citation needed] In the 2000 Documentary Westway to the World Headon describes that he played drums, bass (normally played by Paul Simonon, who was earlier featured smashing his bass on the iconic album cover of seminal 1979 album London Calling), and piano on the record. Headon claims that, while he thought he was merely playing the song for the rest of the band, his performances were, unbeknownst to him, recorded.[Wikipedia]

 
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