martedì 30 gennaio 2007

Marlene Kuntz


I Marlene Kuntz tornano con il loro sesto lavoro intitolato "Bianco Sporco", riprendendo in parte il discorso lasciato aperto due anni fa con "Senza peso", dopo aver subito profondi mutamenti all'interno della loro stessa line-up . Un cambio di notevole importanza ha, infatti, caratterizzato il periodo di transizione da "Senza peso" a "Bianco sporco", e cioè l'abbandono tutt'altro che pacifico da parte di Daniele Ambrosoli, sostituito al basso da Gianni Maroccolo pochi mesi prima della uscita del disco stesso. Il celebre bassista ex Litfiba e Csi ha così preso parte alle registrazioni dell'album affiancando Riccardo Tesio, Cristiano Godano e Luca Bergia, con il supporto di Rob Ellis per quanto concerne gli arrangiamenti di tastiere e archi. La produzione, invece, questa volta è a cura dei Marlene stessi.

"Bianco sporco" era sicuramente uno dei dischi più attesi dell'anno nel panorama italiano, vista anche la fama ormai acquisita dalla formazione torinese negli ultimi anni. Un successo propiziato da un nuovo corso più accessibile, che ha però alienato alla band le simpatie di parte della critica. E l'ascolto di questo nuovo album conferma che i Marlene degli esordi sono definitivamente scomparsi. Godano e compagni appaiono vicini a quel cantautorato raffinato già lambito nel precedente "Senza peso", anche se il loro stile non rinuncia a impennate di rock più viscerale, che forse hanno perso l'impurità rabbiosa e l'ingenuità primigenia di "Catartica". Sembra che il gruppo di Cuneo ancora non voglia decidere la strada da intraprendere, se rinunciare definitivamente a quei "fragori e schianti" degli esordi per percorrere la strada di un raffinato pop-rock impreziosito dai delicati scambi e fraseggi di Godano e Tesio, oppure ricercare un fragile equilibrio tra le due istanze molto diverse tra loro, accontentando così sia gli estimatori della prima ora sia possibili nuovi ascoltatori. Curiosamente, il titolo sembra ricalcare questo dualismo insito nell'attuale musica del gruppo: bianca, nitida, pura e cristallina, ma capace ancora di produrre un rock sporco, duro, aggressivo, estremamente distorto. E mai come in questo disco appaiono le due anime di questa band, in perenne lotta tra loro.

L'album si apre con "Mondo cattivo", canzone abbastanza tirata che contiene quasi un avvertimento a chi si accinge ad ascoltare questo cd, un messaggio a "quegli stronzi che non apprezzeranno mai", che non hanno approvato la svolta sonora intrapresa con "Che cosa vedi" e proseguita tra le note del discusso "Senza peso". La voce di Godano trascina il pezzo, uno dei più segnati dall'influenza dei Sonic Youth, verso un finale strumentale in cui emerge il basso di Maroccolo oltre ai consueti dialoghi chitarristici dello stesso Godano e di Tesio. "A chi succhia" parte come un tranquillo pezzo pop per approdare a un finale inaspettato. Stesso discorso valga per "Il solitario", che si evolve in un'atmosfera distorta e chiassosa. I Marlene non rinunciano a essere cattivi, ma ora lo fanno con estrema classe e purezza, mancando però dell'ispirazione, del "fuoco sacro" che animava i loro primi lavori, forse anche perché all'incoscienza della loro giovinezza è subentrata una nuova maturità artistica.

"Bellezza", il singolo che ha anticipato l'uscita dell'album, presenta un violino che rimanda alla musica dei Dirty Three e un ritornello che è quasi un manifesto delle scelte espressive di Godano e soci, caratterizzate da una perenne ricerca della raffinatezza estrema. "Poeti", forte di un testo notevole, è tra i pezzi migliori dell'album ed è seguita da una infernale "Amen", dotata di un pathos che rimanda con le dovute proporzioni alle atmosfere di "Ape Regina". "La lira di Narciso" sfugge alla consueta struttura di molte canzoni presenti in questo disco, anche grazie alla presenza di una parte narrata che riporta a brani come "La vampa delle impressioni", e "Vortice", ovvero alcune delle vette "sperimentali" della band. "L'inganno" richiama nelle parti strumentali trame slocore (Codeine) e post-rock (Mogwai). Degna di nota anche "La cognizione del dolore", liberamente ispirata all'opera di Gadda, in cui Godano urla con forza le strofe, fino a un finale che ricorda vagamente quello dell'epica "Nuotando nell'aria". Il disco si chiude con "Nel peggio", brano estremamente tirato, che trova una calma apparente nel finale.

"Bianco sporco" è un buon disco, un lavoro che ci si può aspettare da ragazzi ormai vicini alla maturità e non più a caccia della novità sonora a tutti i costi. Le canzoni, infatti, tendono ad appiattirsi quasi tutte sulla stessa struttura, rinunciando in buona parte a quelle ambizioni sperimentali che non mancavano neanche in "Senza peso", basti pensare a una traccia come "Spora 101". Forse tutto ciò è un chiaro indizio di quello che sarà il suono dei prossimi Marlene o forse no. L'unica cosa chiara, comunque, è che i Marlene Kuntz sono per fortuna ancora capaci di scrivere belle canzoni.

giovedì 25 gennaio 2007

The Chemical Brothers


Spingere i bottoni è quello che i Chemical Brothers fanno da sempre. E lo sanno fare anche parecchio bene, dato il successo dei loro album e vista la capacità che questi due inglesi hanno avuto di unire due differenti sfere di ascoltatori musicali: gli amanti della club culture e gli amanti del rock. Non sono molti i musicisti che, per di più solamente schiacciando dei pulsanti, siano stati in grado di raggiungere questo obiettivo. Già, ma questi famosi tasti bisogna saperli pigiare ed ormai i tempi sono più che maturi per considerare chi fa musica elettronica un vero e proprio musicista senza nulla in meno rispetto ad un artista che suona uno strumento analogico, poiché anche le apparecchiature elettroniche sono veri e propri strumenti da studiare, imparare ecc…
“Push the button” vuole quindi essere un omaggio a questa forma artistica moderna e segna il ritorno di Ed Simons e Tom Rowlands a ben quattro anni di distanza da “Come with us”, il precedente lavoro in studio (nel 2003 uscì una raccolta di singoli con due inediti). Come per i precedenti album anche in questo nuovo capitolo discografico non mancano ospiti prestigiosi come il rapper Q-Tip (nel singolo “Galvanize”), Tim Burgess dei Charlatans (“The boxer”), Anwar Superstar (“Left right”), il cantante dei promettenti Bloc Party Kele Okereke (“Believe”) ed il quartetto britannico dei Magic Numbers.
Il disco inizia subito con un brano nel quale i Chemical Brothers dimostrano nuovamente (se ce ne fosse ancora bisogno) come sappiano cogliere al meglio le tendenze del momento e concentrarle in musica: “Galvanize”, il primo singolo, racchiude infatti al suo interno la musica hip-hop (creata dall’ex A Tribe Called Quest, Q-Tip) ed i sapori mediorientali che caratterizzano i nostri tempi, con il tocco elettronico e geniale dei fratelli chimici a firmare il capolavoro. Decisamente più big beat e veloci sono invece i territori in cui si trovano brani esplosivi come “The Boxer” e “Believe”, in cui un’incalzante chitarra funkeggiante accompagna la voce del frontman dei Bloc Party, così come “Come inside” e “The big jump”, le quali peccano però di originalità avvicinandosi decisamente troppo ad alcune canzoni presenti sulla tracklist di “Dig your own hole”. Le novità ricompaiono prorompenti in “Left right” e “Shake break bounce” con il ritorno della musica hip-hop: nel primo polemico (e politico) episodio è la voce di Anwar Superstar (fratello di Mos Def) a rappare su un tema attuale e scottante come la guerra e gli eserciti, mentre nel secondo caso le sonorità hip-hop vengono letteralmente tranciate da coltellate elettroniche proprie del duo londinese. Non manca, proprio come in “Come with us”, la fase più psichedelica ed introspettiva del disco: “Close your eyes” (con la partecipazione dei Magic Numbers, indie-rock band britannica) invita già dal titolo ad abbandonarsi alla psichedelia pop in stile Mercury Rev e Flaming Lips (formazioni con le quali i due hanno collaborato in passato); “Marvo ging” assomiglia invece ad una lunga e sognante passeggiata elettronica in lisergici territori inglesi (probabilmente proprio in quella campagna in cui Simons e Rowlands si sono recentemente trasferiti da Londra); infine “Surface to air” che richiama alla memoria atmosfere alla New Order, gruppo dal quale sicuramente i Chemical Bros. hanno ricevuto preziosi insegnamenti. Merita una segnalazione particolare la splendida “Hold tight London”, nella quale le atmosfere etniche, create da un estenuante ritmo di percussioni e da alcune voci infantili in sottofondo, vengono sapientemente fuse con un vertiginoso tappeto sonoro e con la sognante voce di Anna Lynne Williams dei Trespassers William.
Insomma, “Push the button” non è forse il lavoro più innovativo dei Chemical Brothers (d’altra parte è difficile ripetersi agli altissimi livelli dei precedenti dischi), ma ancora una volta il duo ha saputo sapientemente intrecciare i ritmi breakbeat con la psichedelia, il rock e le tendenze musicali più in voga del momento (in particolare con la musica hip-hop). E soprattutto la loro musica farà nuovamente saltare, emozionare e andare d’accordo sia gli appassionati della club culture, sia gli amanti del rock. Quindi, a questo punto, non resta che “spingere il bottone”, alzare il volume, ed iniziare a ballare!

Bjork


Tre anni dopo l'ultimo "Homogenic", la cantante islandese torna prepotentemente alla ribalta con un pugno di canzoni molto intense, che compongono la colonna sonora di "Dancer in the dark".
Il pluripremiato film del regista danese Lars Von Trier vede Bjork impegnata anche nella recitazione, con profitto, vista la clamorosa Palma d'Oro vinta a Cannes come attrice protagonista.
Il film potrebbe essere troppo lungo, o forse retorico, o forse troppo crudo. Ma alla fine non ci pensi più. Non è un film, è un'anima e carne e ossa, è Bjork. E come tutte le persone è unico, fallibile, e perfetto nel sentimento.
L'album, breve ma intenso, quasi un mini CD, "SelmaSongs" contiene momenti davvero emozionanti ed inattesi duetti. Su tutte le sette tracce contenute nel disco spicca la stupenda "I've seen it all", dove l'elfo scandinavo gareggia in bravura con Thom Yorke dei Radiohead, in un'atmosfera malinconica e rarefatta che ricorda la scarna e ventosa "Les Marquises" di Jacques Brel. In "Cvalda" troviamo un breve cameo di Catherine Deneuve, anch'essa coinvolta nel progetto di Von Trier; con un sottofondo di ritmi industriali, il pezzo si dipana onirico ed inquietante, come una favola narrata da una strega. Attraverso episodi più ritmici e complessi come "107 steps" e "In the musical", dove l'arrangiamento orchestrale si snoda fra il brillante ed il pomposo, con accenni di tip tap tipici della tradizione dei musical hollywoodiani, si arriva alla conclusiva "New world", la quale riprende il tema angoscioso e plumbeo della "Overture".

martedì 23 gennaio 2007

Sigur Ros


Atmosfere eteree e sognanti, unite a sperimentalismi elettronici al crocevia tra minimalismo e dream-pop, chill-out e ambient music. E' la formula musicale dei Sigur Rós. Sonorità limpide e suggestive come le terre d'Islanda da cui provengono. "In molte interviste ci hanno chiesto quali siano le nostre influenze - raccontano - e la nostra risposta è sempre stata: l'Islanda stessa. La sua cultura, i suoi orizzonti, la sua natura, i suoi contrasti interni. Ci sono moltissime rocce di lava dura circondate da zone ricoperte di muschio, che è invece così soffice, e tutto sotto grandi cieli aperti, davanti a panorami amplissimi. E' per questo che la musica ne risulta così aperta, ed è perfettamente naturale passare da sonorità morbide e calde ad altre aggressive e fredde.".
Vero e proprio poema sinfonico contemporaneo, atto d'amore e di rispetto verso la loro terra, uno dei pochi angoli del mondo occidentalizzato ancora incontaminato. La loro opera ha un magico fascino arcano, accentuato dalla scelta rigorosa di cantare nella loro lingua, mischiata per di più ad un vernacolo inventato dal gruppo. Chiaramente non si capisce nulla, ma ciò non ha alcuna importanza. Raramente come in questo caso la musica, il suono, è allo stato puro, con tutta la sua immensa forza evocativa.
L'aspetto più sorprendente di questo giovanissimo quartetto di Reykjavik - Jon Thor Birgisson (voce e chitarra), Kjartan Svensson (tastiere), Georg Holm (basso) e Orri Pall Dyrason - è la capacità di creare sonorità "emozionanti", capaci di penetrare nei recessi più oscuri della mente. La loro musica è un magma vulcanico di suoni trasversali: dagli Stone Roses ai Radiohead, fino al dark elettronico dei Dead Can Dance e al pop raffinato di Bjork. Proprio la loro più famosa connazionale è stata una delle loro sostenitrici, fin dal 1994, quando ha deciso di inserire un loro brano in una raccolta da lei curata per festeggiare i 50 anni di indipendenza islandese dalla Danimarca.
I Sigur Rós, ancora supportati dal quartetto d'archi Amina, tornano a esprimere e comunicare grandi emozioni con dolcezza e forza, quiete e impeto, anche quando narrano soltanto piccole storie infantili, attraverso la consueta alternanza tra aperture melodiche e crescendo esplosivi. È questo il caso di "Glósóli" - primo singolo e ideale archetipo della filosofia sonora ed esistenziale della band islandese - che racconta di un bambino che, svegliandosi nell'oscurità, teme che il sole sia stato rubato, così va alla sua ricerca, fino a ritrovarlo lì dove è sempre stato. Il tutto in un delicatissimo caleidoscopio emotivo che va dal cantato sommesso e intimista di Birgisson della prima parte del brano all'apoteosi chitarristica della seconda, fino al breve ritorno della quiete negli ultimi secondi del brano. Andamento analogo presenta anche "Sæglópur", con il suo inizio tutto pianoforte e campanelli e un maestoso crescendo che pare un'invocazione liberatoria.

venerdì 19 gennaio 2007

Marco Parente


Come il grande cinema d’autore europeo, la musica di Marco Parente richiede attenzione. E’ un’arte molto personale, complessa, ma di una complessità che rifiuta gli enigmismi e le oscurità compiaciute. Anzi, le canzoni di “Ridens” e “Neve” (di cui abbiamo parlato qui solo pochi mesi fa) fanno della complessità non un difetto ma un pregio. Perché Marco Parente ha molto da dire e soprattutto ha l’esigenza di dire le cose secondo anima, senza facilitazioni.
I suoi ultimi lavori non sono “belli ma difficili”, come tendono a concludere parecchie recensioni sul suo conto, ma belli perché difficili. La complessità parentiana è una sfida affascinante, un invito a svelare un mondo in cui comunicare significa soprattutto essere liberi e ricercare il modo migliore, il più onesto, per esprimere sé stessi. Un orizzonte di senso che fin dagli inizi della carriera dell’artista napoletano si è incrociato con un’altra ricerca, quella di una risposta alla questione dell’essere cantautori oggi. Questione in qualche modo antipatica per Parente, che cantautore non vuole neanche essere chiamato, ma che inevitabilmente si presenta nella sua musica. Al di là dei rimandi tradizionalisti e degli steccati che una definizione simile può creare nella carriera di un cantante, le sue canzoni infatti corrispondono come in pochi altri casi – in modo determinante – alle sue esigenze umane ed artistiche, ed in questo senso non possono che essere definite d’autore.

Esigenza di libertà e onestà espressiva, ricerca sulla canzone d’autore e ovviamente talento: da tutto questo è nato lo splendido “Neve” e da tutto questo prende il volo “Ridens”. Che è l’opposto del suo predecessore ma, com’è ovvio dopo ciò che abbiamo detto sopra, ha con esso molto da spartire.
“Neve” il disco dell’azione e dell’amore buono, spigoloso ma non troppo nel suo rock geometrico e inquietamente radioheadiano. “Ridens” il disco dell’arresa, dell’Amore cattivo, del suono quasi sempre attutito ma capace di penetrare visceralmente: l’apertura di Neve contraddice “Wake Up” («Oggi chi ha il coraggio di attraversare / il futuro freddo») e tra chitarre solitarie e dilatate deflagrazioni di lamiere abbozza un tentativo riuscito di folk post-industriale; Michelangelo Antonioni di Caetano Veloso viene riletta come esempio già realizzato di nuova canzone d’autore.
E poi crescendo lievi nelle dinamiche ma intensissimi all’ascolto (il piano, glockenspiel e poco altro della seconda parte di Trilogia del sorriso), improvvise botte sonore che rompono falsopiani ipnotici e giaculanti (il manrovescio jazz-rock che chiude Amore cattivo), capolavori passati che ritornano in nuova luce e nuove spoglie – come accade per il pop raffinato di Neve Ridens, erede diretto de “Lamiarivoluzione” virato in accenti black e labirintico impasto vocale (Parente-Agnelli-Goodmorningboy) oppure per Ascensore inferno piano terra, dove il jazz turbativo di “Adam ha salvato Molly” viene aggiornato all’ombra diabolica del Miles Davis cinematografico (strepitoso Enrico Gabrielli ai fiati).
Il tutto a delineare il profilo di un Marco Parente sempre più inedito rispetto al passato e concentrato su forme di comunicazioni quasi medianiche, che non raccontano ma evocano astrattamente, cercando l’anima dell’ascoltatore più che il cervello.

E’ complesso “Ridens”, l’abbiamo detto, ma è una complessità che appaga profondamente ed esalta. Difficile dire se sia quest’ultimo meglio di “Neve” o il contrario – noi propendiamo per un leggero vantaggio del secondo capitolo, maggiormente compiuto ed ancora più emozionante del suo predecessore. Certo è che il progetto nella sua totalità ci fa iscrivere Marco Parente con ancor più convinzione in quell’esigua schiera di cantautori italiani su cui è assai lecito sperare per il futuro. Del resto, già il presente ci sta dando enormi soddisfazioni. E sarebbe un peccato lasciare perdere tanta bellezza per un semplice timore di complessità.

giovedì 18 gennaio 2007

Marta Sui Tubi


Ad un anno dall'uscita di "C'è Gente che Deve Dormire" (Eclectic Circus/V2) il bilancio del secondo album dei Marta sui Tubi non passa inosservato: , consenso unanime della critica musicale, 2 video in rotazione su Mtv (Perchè Non Pesi Niente" e "L'abbandono), quasi 100 concerti , collezionando diversi sold-out, sui palchi dei migliori club e festival della penisola.
I Marta sui Tubi sono al lavoro su diversi progetti, il primo dei quali è l'uscita di “Via Dante” (con Bobby Solo), terzo estratto dall’album, del quale è stato realizzato un folle video che proietta l’attività della band nel 2007.

I Marta Sui Tubi nascono come duo, formato da Giovanni Gulino e Carmelo Pipitone. Originari di Marsala si trasferiscono per qualche anno a Bologna.
Con un bagaglio di una trentina di brani inediti e qualche cover (Violent Femmes, Nick Drake, Gomez) suonano per tutto l'inverno del 2002 nei pub di Bologna coinvolgendo un numero sempre crescente di ascoltatori, che li segue in ogni concerto. All'inizio del 2003 i Marta sui tubi registrano 11 canzoni in low fi con un microfono e le inviano a Fabio Magistrali che, entusiasta, accetta il ruolo di produttore artistico.
Una volta ultimate le registrazioni la band firma per Eclectic Circus Records che pubblica il disco a fine novembre 2003 presentandolo al MEI.
All'inizio del 2004 Enrico Silvestrin ascolta il loro cd e ne rimane letteralmente folgorato, invitandoli a sedersi nel prestigioso salotto di brand new, mentre il video di "Stitichezza Cronica" passa ripetutamente su Mtv.
Nello stesso periodo la famiglia si allarga con l'inserimento alla batteria di Ivan Paolini.
Da gennaio 2004 in poi i Marta iniziano una fitta tournee in giro per i palchi di tutta Italia, mentre il disco "Muscoli e dei" continua a riscuotere successo tra il pubblico e la critica specializzata.
In piena estate girano il Videoclip di “Vecchi Difetti”, di nuovo insieme al loro regista di fiducia, Fabio Luongo.
Anche questo video riscuote un consenso tale da vincere al MEI il premio come miglior soggetto.
Al MEI i Marta vengono anche premiati come miglior gruppo indipendente italiano.
Dopo oltre 100 date live, i Marta sui Tubi si fermano e, nel marzo del 2005, entrano in studio, anzi in una cascina, con Marco Tagliola, già produttore di artisti del calibro Di Vinicio Caposella e Nada. Tra Marco e i Marta si instaura subito un ottimo feeling, che permette di registrare e mixare in soli 18 giorni il nuovo album.
E' ad ottobre 2005 che il secondo album dei Marta sui Tubi vede la luce, intitolato “C’è gente che deve dormire” (V2/Eclectic Circus) vede la partecipazione di diversi "nomi" della musica italiana quali: Bobby Solo, Moltheni, Paolo Benvegnù, Sara Piolanti e altri ancora..
Il disco viene anticipato dal singolo "Perchè Non Pesi Niente", di cui viene anche realizzato un video che passa su tutte le tv musicali e lancia definitivamente questo nuovo capitolo del trio siciliano.
Con la critica che accoglie con entusiasmo il disco ed il pubblico in trepidante attesa, comincia il lungo tour di "C'è Gente Che Deve Dormire" (tutt'ora in svolgimento, quasi 100 date). Tantissimi concerti, parecchi sold-out, un' indimenticabile esibizione ad Arezzo Wave e la certezza che i Marta sui Tubi sono una delle migliori live band in circolazione.
Sul versante discografico i Marta sui Tubi hanno fatto uscire a Maggio 2006 il singolo de “L’Abbandono” , premiato al MEI 2006 come “Miglior Video”, ed è adesso in uscita “Via Dante” (con Bobby Solo), terzo estratto dall’album, del quale è stato realizzato un folle video che proietta l’attività della band nel 2007.

 
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