venerdì 19 gennaio 2007

Marco Parente


Come il grande cinema d’autore europeo, la musica di Marco Parente richiede attenzione. E’ un’arte molto personale, complessa, ma di una complessità che rifiuta gli enigmismi e le oscurità compiaciute. Anzi, le canzoni di “Ridens” e “Neve” (di cui abbiamo parlato qui solo pochi mesi fa) fanno della complessità non un difetto ma un pregio. Perché Marco Parente ha molto da dire e soprattutto ha l’esigenza di dire le cose secondo anima, senza facilitazioni.
I suoi ultimi lavori non sono “belli ma difficili”, come tendono a concludere parecchie recensioni sul suo conto, ma belli perché difficili. La complessità parentiana è una sfida affascinante, un invito a svelare un mondo in cui comunicare significa soprattutto essere liberi e ricercare il modo migliore, il più onesto, per esprimere sé stessi. Un orizzonte di senso che fin dagli inizi della carriera dell’artista napoletano si è incrociato con un’altra ricerca, quella di una risposta alla questione dell’essere cantautori oggi. Questione in qualche modo antipatica per Parente, che cantautore non vuole neanche essere chiamato, ma che inevitabilmente si presenta nella sua musica. Al di là dei rimandi tradizionalisti e degli steccati che una definizione simile può creare nella carriera di un cantante, le sue canzoni infatti corrispondono come in pochi altri casi – in modo determinante – alle sue esigenze umane ed artistiche, ed in questo senso non possono che essere definite d’autore.

Esigenza di libertà e onestà espressiva, ricerca sulla canzone d’autore e ovviamente talento: da tutto questo è nato lo splendido “Neve” e da tutto questo prende il volo “Ridens”. Che è l’opposto del suo predecessore ma, com’è ovvio dopo ciò che abbiamo detto sopra, ha con esso molto da spartire.
“Neve” il disco dell’azione e dell’amore buono, spigoloso ma non troppo nel suo rock geometrico e inquietamente radioheadiano. “Ridens” il disco dell’arresa, dell’Amore cattivo, del suono quasi sempre attutito ma capace di penetrare visceralmente: l’apertura di Neve contraddice “Wake Up” («Oggi chi ha il coraggio di attraversare / il futuro freddo») e tra chitarre solitarie e dilatate deflagrazioni di lamiere abbozza un tentativo riuscito di folk post-industriale; Michelangelo Antonioni di Caetano Veloso viene riletta come esempio già realizzato di nuova canzone d’autore.
E poi crescendo lievi nelle dinamiche ma intensissimi all’ascolto (il piano, glockenspiel e poco altro della seconda parte di Trilogia del sorriso), improvvise botte sonore che rompono falsopiani ipnotici e giaculanti (il manrovescio jazz-rock che chiude Amore cattivo), capolavori passati che ritornano in nuova luce e nuove spoglie – come accade per il pop raffinato di Neve Ridens, erede diretto de “Lamiarivoluzione” virato in accenti black e labirintico impasto vocale (Parente-Agnelli-Goodmorningboy) oppure per Ascensore inferno piano terra, dove il jazz turbativo di “Adam ha salvato Molly” viene aggiornato all’ombra diabolica del Miles Davis cinematografico (strepitoso Enrico Gabrielli ai fiati).
Il tutto a delineare il profilo di un Marco Parente sempre più inedito rispetto al passato e concentrato su forme di comunicazioni quasi medianiche, che non raccontano ma evocano astrattamente, cercando l’anima dell’ascoltatore più che il cervello.

E’ complesso “Ridens”, l’abbiamo detto, ma è una complessità che appaga profondamente ed esalta. Difficile dire se sia quest’ultimo meglio di “Neve” o il contrario – noi propendiamo per un leggero vantaggio del secondo capitolo, maggiormente compiuto ed ancora più emozionante del suo predecessore. Certo è che il progetto nella sua totalità ci fa iscrivere Marco Parente con ancor più convinzione in quell’esigua schiera di cantautori italiani su cui è assai lecito sperare per il futuro. Del resto, già il presente ci sta dando enormi soddisfazioni. E sarebbe un peccato lasciare perdere tanta bellezza per un semplice timore di complessità.

Nessun commento:

 
Google