martedì 27 febbraio 2007

Nick Drake


pluslessSpagna. Costa del Sol. Estate 1971: tra le onde e gli spruzzi, la musica ad alto volume sparata dagli stabilimenti balneari, i turisti chiassosi, le spiagge bruciate dal sole africano, qualcuno siede solo.
In disparte, silenzioso e per nulla abbronzato. E' un bel giovanotto inglese, ha appena 23 anni. Alto, moro, ben vestito. Una bellezza d'altri tempi, da ottocentesco nobiluomo di campagna. Non parla con nessuno, ha un'aria assente, imbronciata. Fissa qualcosa all'orizzonte: un particolare, un suono trasparente che aleggia tra le nuvole. Un ricordo che deve essere afferrato. La musica è ovunque e lui è lì per questo. Cantautore in cerca d'ispirazione, Nick Drake è ospite della bella villetta sul mare messa a disposizione dal boss della sua casa discografica. Tutto sta per decidersi.
Chris Blackwell, capo della Island, è quel signore distinto che crede in lui, nonostante le sfortune commerciali. Già, perché Drake ha pubblicato due album in patria, "Five Leaves Left" (1969) e "Bryter Layter" (1970): due meravigliosi gioielli di folk acustico, barocco e malinconico, superbamente arrangiati con l'ausilio della crème dei musicisti folk di allora. Perle che però non hanno venduto quasi nulla, purtroppo. Forse per la leggendaria timidezza dell'autore, che si rifiuta categoricamente di fare pubblicità o promozione: soltanto una breve intervista in tutta la carriera, pochissimi e tribolati concerti, finiti spesso con una mezza fuga dal palco. Forse è semplicemente colpa della sfortuna: il pubblico, infatti, premia in quello stesso periodo gente come Cat Stevens, affine per certi versi alla sua sensibilità musicale. Ma per Drake, brillante tanto quanto (e molto più di) lui, non sembra esserci spazio.

Ottobre 1971: le idee sono riordinate. E' tempo di ripartire alla volta di Londra. Nick ha in mente qualcosa di nuovo e molto diverso dai suoi album precedenti: un disco fatto di sola voce e chitarra. Durante il "ritiro" spagnolo ha elaborato diverse idee, ora ha bisogno di metterle su nastro. Subito.
Telefona al fido tecnico del suono John Wood, l'unico engineer rimasto sempre al suo fianco in sala di registrazione, e gli comunica le sue intenzioni. John, che ha avuto precise istruzioni dalla Island ("registrare qualsiasi cosa proponga Nick"), accetta di buon grado l'incarico e fissa una data.
Drake fa il suo ingresso agli studi verso mezzanotte, con lui ha soltanto l'amata chitarra acustica, quella Guild che faceva già bella mostra di sé sulla copertina di "Bryter Layter". Si sistema, fa un respiro profondo e attacca, una dopo l'altra, tutte e undici le canzoni che faranno parte del disco.
C'è un silenzio quasi innaturale. John è ammutolito dalla bellezza di quei brani, estasiato dallo spleen che trasuda da ogni solco. La seduta non dura che un paio d'ore: finita la session, Nick si alza e lascia la stanza. Si recherà nuovamente agli studi due giorni dopo, per aggiungere una parte di pianoforte minimalista alla title-track. Tutto il resto è superfluo, non ha più importanza ormai.
Con i suoi trenta minuti scarsi, "Pink Moon" è uno degli album più intensi del folk acustico britannico e, allo stesso tempo, uno dei migliori nella storia dei "cantautori". Tanto breve e spoglio quanto denso di mille significati. Il disco rivela più dei precedenti chi sia veramente Nick: per concepirlo egli combatte un'ultima volta contro i demoni della depressione che da anni lo attanagliano, riuscendo per una volta a domarli. "Pink Moon" è l'ultima luce. Dopo, soltanto l'oblio.

La luna rosa è, secondo la tradizione cinese, portatrice di sciagure. Questo è il colore che assume durante l'eclissi. Drake sembra conscio della sventura alle porte e nel testo che dà il titolo all'album profetizza: "L'ho visto scritto e l'ho visto dire/ la luna rosa è in cammino/ e nessuno di voi starà così in alto/ la luna rosa vi prenderà tutti". Il dolcissimo accompagnamento di chitarra, fatto di accordature aperte (alla maniera di Bert Jansch, Davey Graham, Donovan, Bob Dylan e Joni Mitchell) vorrebbe esorcizzare il male, quei pochi e sensuali accordi di pianoforte sottolineano lo stato d'animo in cui si trova: sospeso su una stella, in una dimensione ultraterrena.
"Place To Be" è la seconda traccia. Gli arpeggi circolari della Guild formano un unico flusso di coscienza. I ricordi dell'adolescenza, quando era "giovane", "forte", "pieno di luce" eppure ancora incapace di affrontare "la realtà a viso aperto". Nick conserva un tenerissimo ricordo della sua famiglia: Rodney, il papà (commerciante di legname), la madre Molly (poetessa e musicista dilettante), quindi la sorella maggiore Gabrielle (futura attrice di cinema e Tv). Ciascuno di loro aveva dato tutto l'affetto possibile al giovane Nick, coprendolo di attenzioni, esaudendo ogni suo desiderio. E poi la dimora familiare, "Far Leys": quella grande villa a due piani, coperta di mattoni rossi, con il giardino e le colline del Warwickshire in lontananza. Quante canzoni sussurrate all'ombra di quegli alberi, quante speranze racchiuse a Tanworth In Arden, tre ore da Londra…
Nick ha ancora bisogno di una guida, maschile o femminile che sia, non ha importanza. "Una strada da percorrere "fino in fondo", come racconta in "Road". Sembra quasi nutrire in sé un'ultima speranza di rivalsa verso quel mondo di vincenti, capaci di vedere il sole senza temere nulla.

Il pessimismo cosmico che alimenta la sua poetica è stemperato dai bei momenti chitarristici: cerchi concentrici, arpeggi caldi, pieni di arcana serenità. In "Which Will" si rivolge a qualcuno, ancora una presenza teoricamente risolutiva cui Drake chiede: "Chi vorrai?/ chi amerai?/ chi sceglierai tra le stelle lassù?/ Per chi danzerai?/ Chi ti farà risplendere?". E' commovente il suo tono di voce quando l'ipotesi diventa "se non sceglierai me". Nick ormai è cosciente del muro che ha innalzato nei confronti della società in anni di non-comunicazione. La presenza evocata dal brano pare ormai celeste, ultraterrena. Dopo lo strumentale "Horn", nel quale spetta alla chitarra cantare l'inadeguatezza, il grido strozzato di una psiche in frantumi, arriva "Things Behind The Sun".
Si tratta del punto più lirico e teso del disco: Nick prende per la prima volta il coraggio a quattro mani e sceglie di dire la verità. Sul mondo che a lui non piace, fatto di opportunisti, arroganti e superficiali; saputelli troppo cresciuti, dispensatori di una bellezza effimera, "presa in prestito".
Drake esorta l'ascoltatore (ma è come se parlasse di fronte allo specchio) a guardarsi da tutto ciò. Usare la sincerità per essere rispettati, senza troppa fretta o saggezza, rimanendo semplicemente se stessi. Evitare la timidezza ed esprimersi, far entrare la luce del sole per poter finalmente correre felici. Questo è il testamento di Nick, seguito dalle note aspre e severe della sua acustica.

Dopo tanta verbosità, ecco un altro episodio scheletrico, "Know". Qui c'è tutto lo straordinario senso del blues posseduto dal cantautore: "Sappi che ti amo/ sappi che non mi importa/ sappi che ti vedo/ sappi che non sono lì". Evanescente come mai prima d'ora, Drake s'improvvisa Robert Johnson e ulula il suo ricatto alla luna. "Parasite" fornisce l'ennesima conferma al senso di inadeguatezza dell'artista. In punta di plettro, Drake sibila: "Dai un'occhiata e mi potrai vedere per terra/ perché sono il parassita di questa città". Il pensiero va forse a una vecchia fiamma che gli fa compagnia, che ha provveduto al suo sopravvivere. Una presenza rassicurante che però, stufa del suo essere altrove, smette di prendersi cura di lui. E Nick vaga per la "linea nord", fissando "le scarpe tirate a lucido". Incapace di darsi una risposta, reo confesso di non aver saputo dare a chi chiedeva un po' d'amore.
In "Ride" si prende addirittura gioco di questo presunto personaggio, dichiarando di conoscerlo fin troppo bene: "M'importa di te/ mi piace studiare tutte le foto che tieni sul muro/ e tutte le persone che verranno al tuo ballo/ ma adesso ascoltami/ non mi daresti un passaggio gratis?".
Nick Drake fa il pagliaccio, ma è senza maschera, il gioco sta per finire. C'è sempre meno tempo.
Il giro di vite si fa insopportabile: "Cadendo veloce/ cadendo libero/ vai in cerca di un amico/ cadendo veloce/ cadendo libero/ questa potrebbe essere la fine". Drake prevede ancora la disfatta, ma stavolta sembra sereno: di quella stoica, epicurea calma che ricorda il filosofo Seneca e il poeta latino Lucrezio. Entrambi morti, anche se per ragioni diverse, suicidi.

Il sogno paradisiaco di Drake è tutto nell'ultimo brano, "From The Morning". Finalmente è in grado di vedere una magnifica alba. Finalmente cessa di aver paura della notte, che acquista un'"aria bellissima". Si alza dal suo letto e vede davanti nuovi "percorsi colorati e senza fine". Ancora una volta il candore, l'innocenza di Drake ti fa piangere.

"E ora sorgiamo/ e siamo ovunque/ e ora sorgiamo dalla terra, guardala lei volare/ anche lei è ovunque/ guardala volare tutt'intorno adesso osserva bene tutto questo/e le notti estive e senza fine, e vai a fare il gioco che hai imparato/dal mattino".

"Pink Moon" esce il 25 febbraio 1972. Nonostante il discreto impegno della Island, venderà ancora meno degli album precedenti. Drake decide di lasciare per sempre Londra e fare ritorno a casa dei suoi genitori a Tanworth. Continua come in passato a soffrire di depressione. Dopo l'ennesimo collasso nervoso, i suoi lo affidano alle cure dei medici che, a loro volta, somministrano forti dosi di antidepressivi. Smette di lavarsi, di cambiarsi i vestiti. Anche a quei pochi amici (fra tutti John Martyn e sua moglie Beverley) dà l'aria di un clochard. Compie lunghi viaggi solitari in macchina.

Nel 1974 registra un'ultima manciata di brani, poi parte per la Francia col desiderio di incontrare l'amata cantante Françoise Hardy. Nessuno è in grado di riferire con esattezza le dinamiche dell'incontro, forse mai consumato. La notte del 24 novembre è di nuovo a casa. Si addormenta presto. Nel giradischi i "concerti brandeburghesi" di Bach, sul comò il "mito di Sisifo" di Camus. E' la madre a trovarlo esanime il giorno successivo. Una triste fine per un genio morto d'amore.

Nick Drake aveva messo tutta vita nei suoi dischi, l'unico maniera che aveva di comunicare con il mondo esterno. Il resto non gli interessava. La sua esistenza brillava in un empireo celeste, fatto di cose semplici come gli alberi, il mare la luna e le foglie. Soltanto le sue canzoni fornivano appigli per decifrarne l'anima, trovarne il segreto patimento. Purtroppo la sua arte non è stata compresa. Ignorandola si cancellava ogni speranza. La sua chitarra ammutoliva per sempre.

Carmen Consoli


Carmen Consoli è una delle rivelazioni del rock italiano di questi anni. La particolarità della sua voce e l'energia delle sue canzoni l'hanno subito imposta all'attenzione generale, mentre il suo personaggio, fresco e anticonvenzionale, è entrato subito nel cuore delle nuove generazioni di amanti del rock.

Nata a Catania nel 1974, la piccola Carmen inizia a suonare la chitarra elettrica già a 9 anni, a 14 si esibisce con una cover band di rock-blues, i Moon Dog's Party. Proprio durante un concerto dei Moon Dog's Party, Carmen Consoli viene notata da Francesco Virlinzi, produttore e titolare di un'etichetta in quel momento molto popolare a Catania, la Cyclope Records. Virlinzi decide di seguirne la carriera.Nel frattempo Carmen si trasferisce a Roma, dove mette in piedi un'altra blues band e rimane qualche anno a suonare e scrivere canzoni. Quando, nel '94, torna a Catania, si presenta al suo produttore con il materiale destinato a finire su "Due parole", il suo album d'esordio.

Per quel disco Carmen incide 22 canzoni per chitarra e voce, mettendo subito in evidenza quella timbrica naturale e uno stile interpretativo che diverranno le sue caratteristiche. L'album, registrato ai Cyclope Studios di Catania, viene preceduto dalla partecipazione al Festival di Sanremo del '96, con "Amore di plastica", brano firmato da Consoli in coppia con Mario Venuti. A fare breccia nel pubblico, come negli addetti ai lavori, non è soltanto il valore della canzone né quello, altrettanto importante, della sua interpretazione: Carmen colpisce anche per il suo aspetto aggressivo e fragile al tempo stesso, e per una personalità che buca lo schermo.

Nel '96 Carmen Consoli consolida il successo con una lunga tournée nelle principali città italiane e partecipa a manifestazioni importanti (Concerto del 1° maggio, Max Generation, Sonoria, Premio Recanati, Premio Tenco), emozionando il pubblico grazie all'energia e alla passione delle sue performance. In alcuni casi, presenta già delle nuove canzoni, come "Per niente stanca" che andrà a far parte del suo secondo lavoro. A dimostrarne la versatilità, in quell'anno esce anche un tributo a Franco Battiato, che vede Carmen interpretare, con il suo inconfondibile stile, uno dei brani più struggenti del compositore siciliano, "L'animale".

Il '97 si apre con il ritorno a Sanremo con un nuovo brano: "Confusa e felice". E' una nuova ventata di energia, che mette in mostra la forza e la determinazione della rocker siciliana. Il brano, dal suono scarno ed elettrico, è la migliore presentazione del nuovo album, Confusa e felice , un titolo che diverrà in breve uno degli slogan dell'anno. L'album conferma il talento di Carmen presentandola in una veste più elettrica e 'sporca' rispetto a quella dell'anno prima: tra le canzoni colpiscono il segno "Venere", "La bellezza delle cose", "Blunotte", "Fino all'ultimo", ma in generale è il clima del disco a convincere e sorprendere. Un nuovo tour italiano regala a Carmen la definitiva consacrazione. Nel frattempo sono nate altre canzoni, provate durante le prove con il suo gruppo.

Così la cantautrice siciliana si chiude per tre mesi in una casa alle porte di Catania e le registrazioni seguono veloci. E' il preludio all'uscita del nuovo album, Mediamente isterica , trascinato dal singolo "Besame Giuda". "E' un titolo che parla già di donne - spiega la cantautrice - perché noi donne siamo sottoposte almeno una volta al mese a una settimana di scompenso ormonale, che reca disturbi dal punto di vista nervoso... Dopo aver suonato oltre 100 date con la band, la maggior parte dei pezzi è nata durante il tour, grazie all'entusiasmo che mi trasmetteva il pubblico. Quando li vedevo ballare, mi veniva voglia di fare dei brani ancora più potenti, quasi punk. Abbiamo lavorato molto sui ritmi, sui tempi, siccome mi sono sentita molto frammentata, disgregata, sentivo che i quattro quarti non descrivevano completamente il mio equilibrio. Avevo bisogno di tempi dispari, che riflettessero il mio stato d'animo, spesso rotto, spezzato, pieno di cose che mi hanno distratta dalle grandi gioie e dai grandi dolori". Il risultato è un cocktail di energia, testi graffianti e melodie limpide.

A partire dal gennaio '99, Carmen Consoli torna in tournée insieme al suo inseparabile gruppo, formato da Massimo Roccaforte alla chitarra, Leif Searcy alla batteria, Enzo Ruggiero, basso, e Santi Pulvirenti, chitarra. Al termine di questo tour si chiude nuovamente in studio per incidere il suo album, Stato di necessità (2000), e una canzone da presentare a Sanremo, intitolata "In bianco e nero". Nei brani, trapela sempre una vena autobiografica: "C'è anche un elemento che io chiamo "di identificazione" nel senso che cerco di identificarmi in realtà circostanti filtrandole e facendole solo mie", spiega Carmen. E si avverte anche una svolta nella musica, ora più quieta e ordinata: "A un certo punto sembrava stessi impersonando un personaggio, quello dell'artista che fa sempre e solo rock, quindi ho cercato di cambiare. Mi sono accorta di aver raggiunto il limite con 'Mediamente isterica' e ho voluto imprimere sonorità diverse al nuovo album". Può capitare così di imbattersi perfino in una tenera bossa nova come quella di "Parole di burro", uno dei migliori motivi melodici della cantautrice catanese.

Sempre attentissima all'immagine, Carmen Consoli è ormai diventata l'icona femminile del nuovo rock italiano, tra apparizioni in tv, fortunate tournée e collaborazioni di rilievo (su tutte quella con il concittadino Franco Battiato). I suoi modelli sono le cantautrici di culto degli anni Novanta, Bjork e Tori Amos, ma anche l'hard-rock dei Led Zeppelin. Ora, è attesa alla prova del fuoco del prossimo album, che ci dirà se il suo talento è ancora integro. Intanto, potrà apparire pure "mediamente isterica", ma il successo non sembra averla contagiata più di tanto: "Sono una persona a cui piace la vita e piace vivere, mi piace ridere e sorridere anche su me stessa - racconta. E il futuro non mi fa paura. Vivo e vedo quello che capita. Intanto mi diverto a suonare e a far divertire. Senza prendermi troppo sul serio".

Nel 2001 Carmen Consoli torna con L'anfiteatro... e la bambina impertinente, un disco dal vivo inciso nell'anifiteatro greco di Taormina, insieme a un'orchestra di cinquanta elementi - quella sinfonica del Teatro Vittorio Emanuele di Messina - diretta da Paolo Buonvino. Consoli, con quest'opera, si pone a metà strada tra la tradizione melodica italiana e il rock'n'roll. Il maggior pregio del disco è proprio l'equilibrio fra gli arrangiamenti orchestrali e le scabre rock ambientazioni rese attraverso la voce e la chitarra della cantante catanese, a conferma di una maturità ormai raggiunta.

L'eccezione (2002) presenta dodici nuove canzoni all'insegna dell'"umorismo siciliano, venato di tristezza, che ti fa sorridere anche se dietro c'è un dramma". Perché, come lei stessa spiega, "quando ho motivo di grande gioia, vivo immediatamente la nostalgia, la consapevolezza della precarietà e della caducità delle cose. In ogni felicità sento già la malinconia". Un sentimento che ha dato vita, nell'album, a due figure solitarie come la Matilde di "Matilde odiava i gatti" che, preda delle sue nevrosi, finisce per uccidere un gatto e poi se stessa, e il professore di "Moderato in re minore", solo e insoddisfatto il giorno della vigilia di Natale. Dalla solitudine si passa alla paura dell'abbandono di "Fiori d'arancio", alla malinconia di "Uva acerba", alla voglia di ribellione di "L'alleanza" e del primo singolo "L'eccezione", alla critica alla Chiesa espressa in "Eppur si muove". Fanno eccezione due esperimenti come la strumentale jazz "Carmen" e "Masino", filastrocca techno in catanese, ispirata a un episodio avvenuto durante la lavorazione del disco, in una cascina ottocentesca a Sant'Alfio, alle pendici dell'Etna. Un album discontinuo, in ogni caso, che solo a tratti mette in luce le qualità migliori della cantautrice siciliana, rifugiandosi troppo spesso in scontate scorciatoie pop.

Moby - hotel


Immaginatevi di essere una star, e di girare il mondo in tour. Immaginatevi anche che siete un po' schivi, e che il successo vi sia improvvisamente piombato addosso, non cercato, dopo un fortunato (ma bellissimo) album uscito nel 1999. Non amate la vita mondana e quindi, in qualsiasi parte del mondo voi siate, preferite restare fra le quattro mura di un albergo piuttosto che uscire. Pensate a come vi sentireste dopo un po' di quella vita, lontani da casa, dagli affetti, in camere che in fondo si somigliano tutte. Noia, tedio mortale, senso di inutilità, abbrutimento, abulia, apatia: se queste erano le sensazioni di cui Moby voleva renderci partecipi con questo "Hotel" ci è riuscito appieno, perché sono proprio quelle che trasmette.
Non un sussulto, non un vero guizzo, non un lampo di quella creatività che, solo sei anni fa, sembrava debordante. Un disco divertente come guardare per due ore una parete bianca.
Cosa è successo dunque al piccolo discendente di Melville, un tempo capace di dar vita a "Play" e oggi ridotto a scrivere "Lift Me Up"? Lungi da me avere questa canzone in antipatia solo a causa di una pubblicità, anche se è triste notare che un tempo le canzoni veicolavano le pubblicità, mentre oggi è il contrario. Il fatto è che si tratta di un vero mostriciattolo che tenta di salire sul carro del revival new wave senza, però, alcuna delle capacità "paracule" che occorrono per mandare in porto un'operazione del genere. Le vendite arrivano, le royalty anche, ma la qualità si tiene ben alla larga.
Ma che l'ascolto sia un piccolo calvario lo si intuisce già dall'agghiacciante "Raining Again", con Moby al canto come nella maggior parte delle tracce. Nessuna espressività in una voce comunque limitatissima: a chi è venuta la splendida idea? Se quella di scriversele e cantarsele era stata una soluzione che già aveva fatto traballare gli ultimi Air, perché proseguire in un percorso così rischioso se non si è Jamie Lidell?
La scontatezza di "Beautiful" imbarazzerebbe pure i Goo Goo Dolls, ma il peggio deve ancora arrivare. Il vero e proprio nadir, infatti, è l'avvilente cover di "Temptation" dei New Order, brano che però riesce in un rarissimo miracolo: garantire notti insonni a chi l'ha scritta e far addormentare chiunque altro. Il ruggente, fresco elettropop di Sumner e soci diventa una ballata estenuante, moscia, inutile come l'Inno alla Gioia suonato al flauto dolce. Si direbbe uno di quei loffi trip hop di cui il mondo si era riempito attorno alla metà degli anni 90, quando qualsiasi guitto cercava di sfruttare commercialmente, annacquandole, le intuizioni dei vari Massive Attack, Portishead e Tricky. Vogliamo parlare, poi, di "Spiders"? Meglio di no: la distanza che dovrebbe separare anche la peggior canzone di Moby da un inno lobotomizzato in stile "Come Stai" di Vasco Rossi viene colmata, e non c'è speranza di ritorno.
Da questo piattume desolante riescono a salvarsi le sole "Hotel Intro", attualizzazione strumentale lievemente glitchata delle idee di "Play", e "Very", che recupera i beat sostenuti dei bei tempi che furono (lasciati a casa in occasione di "18"), ma in verità un po' poco per l'uomo che in passato ci aveva dato piccole leggende da club come "Thousand" e "Go", oppure anche "Bodyrock" se vogliamo considerare la sua carriera solo dopo la svolta di "Play".
Tutto il resto (ci tocca citare Califano, ci tocca!) è noia.
Se poi non dovesse essere stato sufficiente il disco "istituzionale", a darvi la mazzata finale ci penserà il cd bonus presente nell'edizione limitata. Si intitola "Ambient", ma non aspettatevi più di un interminabile polpettone fra new age, peggiori strumentali di "18" e musica da carrelli della spesa. Eno e Aphex Twin sono proprio lontani… Prova ne siano la crassa "Chord Sounds", o "Snowball", che vorrebbe essere Fennesz e invece è solo fetecchia, o ancora "Blue Paper", buona al massimo per sottolineare un momento poco importante di "C.S.I. - Las Vegas".
In conclusione: date quei soldi in beneficenza, comprateci l'ultimo dei Daft Punk, fateci un regalino a vostra zia, spendete tutto in scimmie di mare, prendetevi la soddisfazione di accendervi una sigaretta con una banconota da 20 euro, ma per favore non comprate questo disco.

mercoledì 21 febbraio 2007

The Police


Partirà da Vancouver il 28 maggio il tour mondiale dei Police, lo hanno annunciato Sting e i ritrovati compagni Andy Summers e Stewart Copeland dal Whisky club di Los Angeles, dove si sono esibiti in un mini concerto a ridosso della acclamata esibizione ai Grammy Awards della scorsa notte.
I Police arriveranno in Europa in autunno ma prima suoneranno nelle maggiori città nordamericane. Le prime date al festival di Bonnaroo e a Boston, New York, Seattle, Denver, Las Vegas, Phoenix, Dallas, New Orleans, St. Louis, Toronto e Montreal. La band andrà anche in Messico, Sudamerica, Giappone, Australia e Nuova Zelanda. Per vedere la mini-performance di ieri al Whisky di Los Angeles visitare QUESTO sito.

martedì 20 febbraio 2007

Four Tet


Torna Kieran Hebden aka Four Tet. Torna con un lavoro differente dai suoi standard: molto ritmico, meno spudoratamente emozionale dei precedenti. Ma non solo. Un disco influenzato profondamente da certe sonorità che il nostro ama incondizionatamente; avete ascoltato la sua compilation "Late Night Tales"? Beh, ascoltatela e capirete molte cose di questo nuovo lavoro.
Quello che vorrei precisare subito è che la bontà della proposta non si discute nemmeno questa volta: sono molti quelli pronti a gridare al passo falso, ma mi permetto presuntuosamente di dire che si sbagliano e di grosso. Era tempo di cambiare, di abbandonare una strada battuta con successo, sì, ma già conosciuta, conquistata.
Dopo aver marchiato a fuoco un genere, l'indietronica, con lavori che non rispettano granché i cliché del genere, deragliando su binari avant, ambient e squisitamente pop, l'uomo si è guardato attorno, ha fiutato qualcosa di diverso, ha sentito un'ispirazione altra.
Uno sguardo a un glorioso passato con i Fridge e alle loro cavalcate percussive e post-tutto ed ecco a voi "A Joy": giro di basso ossessivo e ultra-deep, batteria sghemba e roboante. Praticamente da ballare. Il cuore di Kieran, però, non smette mai di battere e allora ecco subentrare una melodia in fade in, un synth che riporta alla memoria le armonie sinuose di brani come "Unspoken", una delle meraviglie presenti nel suo capolavoro, "Rounds".
Il singolo "Smile Around The Face" è un'altra sorpresa, con due pattern di batteria lineari che si sovrappongono e una melodia trainante che se fosse una voce sarebbe un'Aretha Franklin maestosa e scintillante, anima soul di un brano profondamente dreamy nell'umore, espresso con il verbo elettronico. Geniale.
Le canzoni scorrono e sono ancora i Fridge a venire in mente a più riprese: le parti di batteria sono trattate alla stessa maniera, quindi, conferendo un'umanità che dona calore e colore al tutto e che offre la base migliore per supportare certi elementi black che qua e là vengono alla luce (certi fiati su "Sun Drums And Soil").
Reminiscenze passate affiorano anche su "And the Patterns", ove su base midtempo fanno capolino le solite intuizioni melodiche di questo genietto nemmeno troppo incompreso che è Kieran Hebden, senza ombra di dubbio uno dei personaggi fondamentali della scena elettronica: uno che mastica un sacco di musica e che la digerisce in un modo davvero singolare, per poi riproporla a noi frullata, degenerata.
Ne è un tipico esempio "Turtle Turtle Up", che parte con un synth-bass acido e prosegue con i classici campanelli fourtetiani, per poi tramutarsi pian piano in una cavalcata kraut-rock, sullo stile dell'ultimo di Manitoba a nome Caribou, che filtra la materia kraut in maniera più esplicitamente bluesy.
E che dire della deriva glitch-house di "Sleep, Eatfood, Have Visions"?
Insomma, avrete capito che le bombette non mancano nemmeno in questo disco.
Forse in passato il disegno di Four Tet è stato più omogeneo e centrato, ma mai come in questo caso il nostro è sembrato così voglioso di voltare pagina.
Senza dimenticare la sua storia.

Mouse on Mars


Mouse on Mars sono una delle rivelazioni della nuova scena tedesca di fine decennio Novanta. Le loro alchimie musicali aggiornano lo spirito audace di pionieri dell'elettronica anni '70 come Kraftwerk, Faust e Neu, dimostrando una peculiare abilità negli arrangiamenti e nel remixing. La band nasce nel 1992, su iniziativa di Andi Toma e Jan St. Werner, che si incontrano a Colonia ma si trasferiscono presto a Dusseldorf (la città dei Kraftwerk). Il primo Ep Frosch, su Too Pure, entra nella Top 3 della indie chart inglese nel 1994, mettendo in mostra subito l'approccio "trasversale" della band, abile nel mescolare generi disparati, dalla techno al kraut-rock. Segue il primo album Vulvaland, che alterna momenti di trance psichedelica ("Frosch") ad atmosfere più cupe e inquietanti ("Katang", "Future Dub" e "Chagrin"). Considerati, ai loro esordi, esponenti della scena drum & bass, i Mouse on Mars vengono presto etichettati con altri appellativi: Grind futurista, Kraut dub, Doom house.
Quando nel '95 esce il loro secondo album Iaora Thaiti, Melody Maker conia una nuova etichetta: post-techno, posizionando il disco nella Top 20. L'album combina dub, jungle e hip hop con divagazioni nella world-music e nelle sonorità cosmiche di Tangerine Dream. "Saturday Night Worldcup Fieber" è uno dei momenti più melodici; il drum'b'bass di "Kanu" aggiorna gli esperimenti più bizzarri dei Gong; la dissonante "Schunkel" rievoca i Pere Ubu di "Modern Dance"; mentre "Schlecktron" sembra una sinfonia spaziale dei Tangerine Dream o di Schulze "remixata" in uno studio di post-rock.
Un anno dopo il singolo "Cache Coeur Naif" diventa in breve tempo un club-hit in tutta Europa. Il brano, originale cocktail elettronico di grande brio e freschezza, si avvale delle interpretazioni di Laetitia Saider e Mary Hanson degli Stereolab, con i quali i due tedeschi avevano già lavorato come produttori in precedenza.
Il 12" "Saturday Night World Cup Fieber" è il successivo hit che apre la strada ad una prolifica serie di esperimenti in studio. Nel 1997 i risultati della loro ricerca diventano più visibili, concretizzandosi nel loro terzo album Autoditacker. Il disco passa con disinvoltura dalla techno più frizzante ed eccentrica ("Twift Shoeblade", "Sui Shop") al balletto meccanico di "Schnick Schnack Meltmade", dal reggae di "Scat" al tip tap di "Tux & Damask", fino alla partitura "spaziale" di "Sehnsud". Nel frattempo, esce anche la loro compilation Instrumentals che inaugura la fondazione della loro personale etichetta: Sonig. Da quel momento alle produzioni dei Mouse on Mars si accompagnano quelle di Vert, Microstoria, Scratch Pet Land, F:X: Randomiz e Workshop.
Il successivo Ep Cache Coer Naif, che vanta ancora l'apporto di Laetitia Sadier e Mary Hansen degli Stereolab, consolida la fama della band nei club europei. Una musica ancor più eccentrica connota Instrumentals (1998), con digressioni ambientali come "Pegel Gesetzt" e "Chromatic" e brani più melodici come "Rampatroullie" e "2001".
Nel 1998 il regista americano Josh Evans recluta i Mouse on Mars per sottoporgli la creazione di una colonna sonora. Toma e Warner accettano l'incarico e realizzano la musica con il nome di Glam. Da allora il duo comincia a lavorare alla realizzazione di sigle per la WDR (West Germany Broadcasting), alla composizione di colonne sonore per Arte ed alla creazione di remix per diversi gruppi.
I Mouse on Mars non sono certo delle "talpe da studio": armati di campionatori, computer, sintetizzatori, effetti fatti in casa, nuovi e vecchi strumenti analogici, calcano i palchi di mezzo mondo. Talvolta aggiungendo pochi elementi acustici, quali chitarra, basso o batteria. Il loro primo tour in Inghilterra (1994) è seguito da concerti nel resto d'Europa. Dal 1994 in poi il trio tocca spesso Giappone e Stati Uniti, ottenendo numerosi sold-out. Per poter organizzare più date, il duo appronta anche un potente two-men show.
Dopo l'interlocutorio Ep Hot on the heel of Pickly Dead Rizzoms, con la pubblicazione di Niun Niggung nel 1999, il duo si inserisce con successo nella Top 100. Il disco vanta un pugno di "collage" di pop ed elettronica ("Download Sofist", "Disphotek", "Diskdusk", mescolando cadenze robotiche, balletti d'androidi e dissonanze in stile post-rock. Il video di "Distroia", il singolo tratto dall'album e girato dal regista Rosa Barba, viene nominato miglior video nazionale al Viva Comet Award.
Il fatto che il duo riceva un premio al Linz Electronica Festival nello stesso anno testimonia della fascinazione generata delle loro produzioni, che potrebbero apparire pop, club, A-Musik oriented, coalizzando senza sforzo nuovi concetti musicali. Per questo motivo, i due ricevono anche il premio della radio tedesca: l'Eins Live Krone Fuer Innovation (corona/medaglia per l'innovazione).
Dal 1999 Andi Toma e Jan St.Warner tengono insieme conferenze per la musica sperimentale al Technical Institute nella facoltà di Disegno e Comunicazione Visiva.
Che la musica dei MOM sia più un "work in progress", che qualcosa di definito e completo diviene chiaro nel 2000, quando la band fa uscire una versione completamente revisionata dell'album Niun Niggun in Giappone e Stati Uniti. La rivista americana Spin inserisce l'album nella Top 20 dell'anno. Seguono l'indicazione anche diverse chart di college radio.
Di ritorno dal suo tour negli Usa e in Giappone, il gruppo si chiude in studio per registrare il nuovo album Idiology, attorniato da violini, violoncelli, clarinetti, trombe e grand piano. L'enigmatico batterista Dodo Nkishi canta in diversi pezzi, accompagnato da Matthew Herbert al piano. Vert e FX Randomiz, che collaborano ad alcuni programming, il violinista Matty Arouse e il talentuoso Harald Sack Ziegler ai fiati chiudono la ricca lista degli ospiti. Il risultato è un disco sorprendente, una vera lezione di elettronica, piena di spunti originali, a cominciare dall'iniziale, serrata "Actionist Respoke". "Presence" mette in mostra esili cartilagini melodiche e un'ambientazione per piano e voce che riecheggia Robert Wyatt. "First: Break" è un'improvvisazione estrema, tra kraut-rock e rave party. "Fantastic Analysis" è uno strumentale etereo, vicino a certa new age. "Catching Butterflies With Hands" è un altro assemblaggio di improvvisazioni free-form. "Paradical" è un esercizio raffinato di musica dissonante. "Unity Concept", stampato sul porta-cd, è recitato senza base o quasi da Nkishi. L'effetto complessivo è spiazzante, assordante e ipnotico al tempo stesso. Ma è soprattutto con questo disco che i Mouse on Mars si accreditano come una delle realtà più originali della scuola elettronica tedesca degli ultimi anni. Con il successivo Agit Itter It It (2002) il duo di Dusseldorf si concede una raccolta di rarità e di remix. Nel frattempo, Werner partecipa a due progetti collaterali, Microstoria e Lithops. Sotto quest'ultimo nome pubblica due album, Uni Umit (1997) e Didot (1998).

lunedì 19 febbraio 2007

Janis Joplin


Janis Joplin appartiene alle grandi vite bruciate dal rock. Ma mai come in questo caso si può parlare di una commistione pressoché totale tra vita e musica. Janis Joplin è poco più che la sua voce e la sua disperazione. Accompagnata da vari complessi (Big Brother & The Holding Company, Kozmic Blues Band e per ultima la Full-Tilt Boogie Band) nel corso della sua (breve) carriera si è servita del blues-rock come mezzo più fruibile e immediato (e anche più adatto) per dar sfogo alle sue frustrazioni, al suo essere incompresa e alla sua insoddisfazione, dando vita a performance incendiarie, ululanti, con la voce che si piega, si rabbonisce, sbraita, si fa dolce, è sempre sul punto di morire, ma continua a gridare, struggente, melodrammatica, autocompiaciuta. E' la voce di chi si sente sola, di chi in quel corpo c'è finita per sbaglio.
Il 3 ottobre 1970 muore a 27 anni per overdose, dopo aver raggiunto la consacrazione prima al festival di Monterey nel 1967 e poi a Woodstock nel 1969. Postumo, a meno di un anno dalla scomparsa esce "Pearl", disco che era in cantiere con la Full-Tilt Boogie Band, lavoro più rappresentativo e punto più alto della produzione dell'artista texana. Lo apre "Move Over", uno dei pochi pezzi scritti dalla stessa Joplin. E' blues-rock, acido, sguaiato, pestato. La band è in grande evidenza (e ottima forma), batteria a scandire il passo, chitarra a intonare la melodia, la voce della Joplin che si rompe a ogni frase, poi piano, basso e organo incendiario la lanciano su, su, fino a sfuocare, sempre più rotta. E' l'emblema di come un pezzo canonico per quanto di buona fattura viene trasfigurato (e nobilitato) dall'interpretazione della Joplin.
"Cry Baby" è la canzone più famosa del repertorio, ed è anche la migliore: un gospel in cui tutto lo smarrimento e la rabbia vengono letteralmente sputati fuori. I crescendo di piano e batteria fanno da preludio e accompagnano le urla dell'interprete che aggredisce il mondo (e il pubblico che ha di fronte, che lo incarna), pur senza avere la forza di vincerlo. "Cry Baby" è un rituale, è una catarsi: è il corpo che prende possesso di sé e urla fino a distruggersi, finché non resta solo il silenzio a rimbombare in uno spazio vuoto.
In "A Woman Left Lonely", retta dalle tastiere (piano e organo), con la band che si limita ad accompagnare, si può ravvisare una fonte di ispirazione per le canzoni di "Tapestry" di Carole King (che uscirà poco dopo): ma ancora una volta a fare la differenza (stavolta di tono più che di qualità dato il livello, anch'esso molto alto, del disco della King) è la voce che urla, si strazia, si dispera: le canzoni di "Pearl" sono cammini in cerca di redezione. Con "Half-Moon" torna il blues-rock più classico, con percussioni alla Santana a fare da compagne di viaggio. Il pezzo può fregiarsi di uno dei ritornelli (ancora una volta scandito dal piano) più indovinati della carriera della Joplin. Il finale invece, con saliscendi di musica e voce è valore aggiunto (a valore).
"Buried Alive In The Blues" è una strumentale acida, con guizzi di chitarre e organo, di buona fattura, ad alto ritmo: accade però che paradossalmente è proprio quando gli strumenti divengono unici protagonisti (come nei vari assoli della band) che le cose si fanno meno interessanti. Una paradisiaca cascata di note di piano e organo con contrappunto di chitarra aprono "My Baby", che una melodia, certo non da meno, trascina in un coro gospel immortale con la roca, grezza e ancor più struggente leader a conferire momenti di pura religiosità al tutto. Attraverso la rivisitazione di "Me And BobbyMcGee", che guadagna parecchio in fatalismo, si prosegue quella strada verso la redenzione fino a giungere così a una tappa fondamentale, ovvero "Mercedes Benz". Una preghiera per sola voce e con le mani che tengono il tempo, durata due minuti scarsi. La Joplin chiama tutti a intonarla con lei ("everybody") ma l'unica voce che risuona è la sua. Praticamente un testamento. Prosieguo migliore dell'eterea (ancora una volta è il piano a determinare l'effetto) "Trust Me" non poteva essere concepito. E' la canzone più aperta del disco e con essa la Joplin, anziché urlare al (contro il) mondo, si concede, tenera.
Chiude il tutto "Get It While You Can", epica, con la voce che trova in sé il suo rilancio, la sua forza, mentre la band amalgamata la sospinge, la innalza (si può sentire anche una chitarra sempre più acuta, alla Verlaine, circa un minuto, minuto e mezzo prima del gran finale) e la porta in cielo. Dove tuttora, a oltre trent'anni di distanza risiede.

venerdì 16 febbraio 2007

Autechre


Gli algidi Autechre rappresentano l'avanguardia della scena ambient-techno mondiale. Le loro architetture elettroniche nascono da strutture complesse, basate su tempi inusuali e suoni distorti, con un uso massiccio di voci filtrate e riverberi digitali. Un progetto che raccoglie le fondamentali intuizioni di Kraftwerk e Tangerine Dream, aggiornandole con le sonorità del Duemila (Black Dog, Aphex Twin e Orbital in particolare). Ma rispetto ad altri esponenti di questo revival elettronico, gli Autechre vantano una maggiore ricchezza percussiva, che permette loro di forgiare un suono con caratteristiche più "industriali".
La band è un duo formato da Sean Booth e Rob Brown, due disc jockey della scena techno di Manchester appassionati di acid house. A scoprirli è la Warp, l'etichetta che aveva già pubblicato i lavori di Sweet Exorcist, Nightmare on Wax e B12 e che scriverà la storia dell'elettronica degli anni Novanta, con nomi quali Aphex Twin, Boards Of Canada e Plaid. Preceduto dall'Ep "Cavity Job" (1991) e dalla partecipazione un anno dopo alla compilation "Artificial Intelligence" (che segna l'inizio della cosiddetta "Intelligent Techno"), arriva nel 1993 l'album d'esordio del duo britannico, "Incunabula" (1993): un'opera monumentale di ben 78 minuti, in cui risplende il loro sound strumentale, costruito quasi solo su battiti e accordi.
La formula techno-logica degli Autechre - ritmiche destrutturate e sonorità cerebrali, suoni asettici e melodie impalpabili - si rivela quanto mai suggestiva, muovendosi tra gli acquerelli ambientali di Brian Eno e le scorribande spaziali dei tardi Tangerine Dream. E' una musica meccanica, ma fluida, che utilizza liberamente trame di ascendenza jazz e sinfonica. Musica cerebrale e minimalista, minacciosa e rilassante al contempo, che nasce da un accurato dosaggio di apparecchi analogici e digitali. Come molti teorici dell’"ambientale", gli Autechre hanno in Gyorgy Ligeti un ispiratore nascosto. Ma nei meandri di "Incunabula" affiorano anche accenni all'hip hop, alla musica indiana e ai ritmi africani, nonché una peculiare ricerca del "groove". I loro suoni, lenti e ipnotici, con variazioni minime di accordi su un sottofondo di percussioni in tempi dispari, sono insieme maestosi e desolati, lontani da ogni stilema comunemente associato alla techno.
L'overture di "Kalpol Introl" è un accattivante cocktail di suoni vellutati, ritmica robotica e riverberi; l’iniziale riff elettronico appiccicoso è seguito da una nebulosa di note eteree à la Popol Vuh, e da sottili trame melodiche. "Bike" è un balletto futurista, con il ritmo a librarsi su un tappeto di effetti sonori stranianti. Il ricorrente passaggio dalle tempeste ritmiche a scampoli d’improvviso silenzio, in cui il synth resta a fluttuare da solo per qualche istante, acuisce il senso di mistero e di disorientamento. "Autriche" sembra invece provenire da un abisso remoto, con un coro simil-gregoriano che si delinea su un vortice di fluttuazioni sonore e di assoli stile free-jazz alle tastiere. "Bronchus" è una ulteriore divagazione ambientale, che introduce al trascinante singolo "Basscadet", propulso da ritmi più serrati e da percussioni latinoamericane, e fortificato da una muraglia di synth e campionamenti computerizzati.
Il gioco si fa sempre più ammaliante al punto che, calandosi nelle atmosfere di "Eggshell" - progressione geometrica di melodia, ritmo trascinante e improvvisazione jazz - pare quasi di imbattersi nella magica "tanzmusik" dei Kraftwerk. E se "Doctrine" e "Maetl" sembrano voler accentuare la componente più cupamente techno del loro sound, "Winwind" e "Lowride" combinano una sofisticata ricerca tecnologica (fatta di loop, breakbeat filtrati, campionamenti e droni) con un suono suadentemente jazzy da "chill-out room". La vischiosa "444", infine, chiude il disco nel segno di una dance ambientale di grande suggestione.
Queste partiture meccaniche, in cui si inseguono sequencer, computer e drum machine, trasportano l'ascoltatore in un'altra dimensione, lo disorientano costantemente, facendogli perdere ogni contatto con la realtà terrena. L'effetto non è distante dalla trance psichedelica. Sorta di galassia sonora, in cui l’ascoltatore fluttua liberamente, cercando di decifrarne i misteriosi codici, "Incunabula" è uno dei più criptici e affascinanti dischi di musica elettronica degli anni Novanta. Stilemi melodici, armonici e ritmici vi confluiscono in una gigantesca cattedrale elettronica all'interno della quale vengono alternativamente polverizzati o esaltati. Un’operazione coraggiosa, dunque, capace di rivoluzionare la techno, proiettandola nello spazio verso le sinfonie più audaci dell'ambient e della kosmische musik, e di influenzare una moltitudine di band (dai Kid 606 agli Oval, dai Pan Sonic ai Boards of Canada, dai Radiohead post "Kid A" ai Matmos). E una volta tanto alla sperimentazione arriderà anche un buon successo commerciale: "Incunabula", infatti, raggiungerà il numero 1 delle classifiche indipendenti britanniche.

martedì 13 febbraio 2007

Fischerspooner


C'è una New York che da circa un lustro ha preso a sfornare rock band che più fiche non si può, gruppi che si specchiano nei riflessi delle luccicanti copertine di riviste à la page (Strokes e Rapture), altri che si sono dati una solida, per quanto discussa, credibilità indie (Interpol), tutti insieme appassionatamente raccolti attorno ai nomi leggendari dei Television, dei Velvet Underground, dei Talking Heads. C'e' una New York promiscua, colorata e pacchiana, che si liscia le piume nei gay club, che svolazza fra i locali trendy di Brooklyn, che bazzica gl'infiniti cloni dello Studio 54, e che nelle feste a tema non si fa mai mancare i beat di "I Feel Love" di Donna Summer: insomma, la Grande Mela in electrostyle, tanto cara ai nostri Warren Fischer e Casey Spooner, sempiterna concorrente danzereccia di Detroit.
Balzati agli onori delle cronache dancefloor qualche stagione fa grazie al botto del brano "Emerge", corredato da un video che definirlo eccentrico e multicolore sarebbe riduttivo, fregiatisi di una riuscita cover di "The 15th" dei Wire, protagonisti di spettacoli multimediali così frizzanti da lambire il circense, i Fischerspooner si presentano alla seconda prova in studio con le idee più chiare rispetto all'acclamata opera prima. Se il primo album dava l'impressione d'esser stato dignitosamente costruito attorno al singolo "che spacca" e a un'azzeccata cover, "Odyssey", sia pur mantenendo tutte le coordinate tipiche dell'album da ballo, pare concepito con l'ambizione di frequentare le stesse spiagge di un "Dare" degli Human League, considerata la sua omogeneità che va a sposarsi con una buona collezione di singoli potenziali. Canzoni soprattutto per ballare, con qualche sparuta strizzatina d'occhio al disco-punk, pochissima techno comunemente intesa, zero house: siamo più vicini al recente Felix Da Housecat e un bel po' distanti dai Daft Punk, tanto per rendere l'idea.
A imperversare sono il digitalissimo Giorgio Moroder di "E=mc2" ("Never Win", ma anche "Happy", che sembra prodotta dallo stesso Moroder, sia pur impasticcato), le tastiere a cascata e gli stop and go dei Depeche Mode ai tempi di Vince Clarke ("A Kick In The Teeth"), ancora i Depeche, questa volta notturni e sotto l'egida di Gore ("Ritz 107": assai bella, forse rubata a "A Broken Frame", quando non a "Violator", fate voi!) nonché i giochini cosmico-ipnotici di certa disco fine Settanta ("Wednesday").
A dare il tocco di appeal ci pensa il gridato sperimentalismo di "O", spiazzante tributo ai Boredoms (quanto di più lontano possa esistere dalla cifra stilistica del duo, insomma), che coi suoi vortici tastieristici restituisce sapori di pura avanguardia, mentre a render perplessi ci pensa il singolo "Just Let Go", sin troppo smaccatamente concepito col fine di bissare il tormentone "Emerge".
Che dire dunque? Molto mestiere, svariati momenti che manderanno in sollucchero i patiti della dance anni 80 e purtuttavia poca anima, almeno per gridare al miracolo o per entusiasmarsi. Considerati i pro (brani molto catchy, ben costruiti), e i contro (riferimenti sin troppo evidenti e un'alta dose di ruffianeria), se amate l'electro questo è un disco certamente da ascoltare, e come minimo da portare in vacanza.

Soulwax


E' un gradito ritorno quello dei fratelli Dewaele che, smessi i panni di 2 Many djs, tornano a impugnare i loro strumenti e a rimettere in moto i Soulwax che avevano lasciato orfani e ansiosi i loro fan dopo quel piccolo capolavoro pop -è sempre bene ricordarlo - di Much against everyone's advice.
Il nuovo lavoro si chiama Any Minute Now e non si stacca molto dal precedente, la maggior differenza sta nell'approccio alla canzone: mentre nel predecessore si giocava molto con l'arrangiamento (le botte di suono della title track i cambi di tempo di Too many djs) qui si lavora più di suoni, giocati talvolta anche su riff fuori tono (Any minute now) su rumori liberi di synth e moog e su parti vocali (il coro di Krack, il simil electro clash di NY Excuse). Un lavoro interessante ma che stordisce l'ascoltatore costringendolo a prestare la massima attenzione. Una pretesa alta ma bene ripagata da una serie di canzoni che si spostano dall'indie pop classico a un suono elettronico nel finale.
E-talking apre l'album in pieno stile Soulwax, con un riff tanto sbilenco quanto contagioso, seguono il singolo (Any minute now), Please... e Compute (altro bel pezzo). Si potrebbe addirittura pensare alle stesse session di registrazione di Much against... tanto l'"ignoranza" di Krack e la base disco di Slowdance restano nei canoni Soulwax. Ma la ballata A ballad to forget sancisce la divisione a metà dell'album: da qui in poi aumenterà la componente 2 many djs nel lavoro, portando la band ad essere un po' più Primalscreamosa (ma che bel termine...).
NY Excuse potrebbe benissimo essere un pezzo delle Chicks on speed come Miserable Grils e YYY/NNN potrebbero uscire da provini per un eventuale Xtrmntr Pop. Si conclude con un finale anomalo affidato a Dance 2 slow, un pezzo più di "concetto e istinto" che di musica.
Un lavoro che, pur non raggiungendo i livelli del predecessore, restituisce un gruppo in ottima forma, sempre ansioso di giocare con la propria musica, di massacrarla per ricomporla, di squagliarla e riformarla, di suonarla anche al contrario basta che il risultato sia interessante e divertente.

Bloc Party...silent alarm


Mentre stiamo scrivendo, i visini scanzonati del giovane quartetto britannico fanno bella mostra di sé sulla copertina del New Musical Express. Scoperti dai Franz Ferdinand, che dopo averne ascoltato un demo si sono adoperati per farli salire su un palco, in pochi mesi e con un solo Ep all'attivo, gli adrenalinici ventenni si candidano per essere l'hot band del 2005, ben accomodati sotto gli stessi riflettori che illuminarono i Rapture 2003 e ancor più clamorosamente i Franz Ferdinand, appunto, nell'anno che si è appena chiuso.
Prima che qualcuno possa avvertire sgradevoli afrori da band costruita in laboratorio, diremo subito che, anche se fosse, chi l'ha pensata rischia di aver fatto centro: intanto perchè i Bloc Party sono pura energia on stage, grazie a una sezione ritmica di quelle che si ricordano (e chi li ha visti dal vivo nel recente mini-tour italiano potrà confermare), e poi perché annoverano un pugno di canzoni credibili e catchy quanto basta per rapire il cuore sia degli alternativi indefessi, sia del pubblico meno ricercato. Un paio d' irresistibili ingredienti, insomma, che vanno ad aggiungersi alla voce di Kele Okereke, ruffianissimo impasto fra gli immancabili Morrissey/Smith, qui felicemente spruzzato da spiccate attitudini à la Buzzcocks in un cocktail che finisce col regalarci, nonostante tutto, una certa dose di personalità.

The (cool & dangerous?) past is now

Ancora anni Ottanta. Eh sì, perché "Silent Alarm" rappresenta l'ennesimo caso degli ultimi mesi in cui si rimane ben piantati (o impantanati, a seconda dei punti di vista) nelle trame chitarristiche del The Edge prima maniera, nelle batterie che evitano accuratamente il virtuosismo puntando verso stringate battute in punk style, nella costante ricerca della melodia vincente, del ritornello definitivo, insomma. Rischieremmo oltremodo di divagare ampliando a dismisura la questione se ci ponessimo la domanda fatidica: ha ancora senso tutto ciò nel duemilacinque? Ha senso nella misura in cui le canzoni funzionano, fanno ballare i ragazzi nei club e nel contempo strappano sorrisi ebbri di nostalgia ai quarantenni, ha senso nel momento in cui si evitano domande di questo tipo, eludendo le quali si finisce col cogliere inconsapevolmente il significato più intimo di pop music. Detto così il gioco potrebbe persino risultare facile, se non fosse che il pubblico a cui si rivolgono i simpatici giovanotti è quello onnivoro e compulso del peer to peer (quella nicchia che ormai così nicchia non è più), quello che a vent'anni ha già ascoltato intere enciclopedie del rock e di alternative: capirete bene che, in questo caso, finire irrimediabilmente tritati sarebbe questione di secondi. Non crediamo che sia il caso dei Bloc Party, almeno per i prossimi dodici mesi (per il dopo, si vedrà).

So here they are

Schitarrate da allarme antiaereo, drumming/ruggiti per fauci leonine, "It's so cold in this house/open mouth swallowing us", chi ha trascorso rabbiosi vespri in penombra spiando i turbamenti dei Sound di Adrian Borland ne raccoglierà i cocci nell'iniziale "Like Eating Glass", che non fa molto per dissimulare i suoi livori eighties, tinte di un turbamento più percepito che vissuto: forse la differenza col tempo che fu risiede tutta qui, e più di una volta ci assale il dubbio che ciò non sia propriamente un dettaglio. Non avete ancora ballato le note di "Banquet"? Circola ormai da mesi in accattivanti versioni remix per natiche dondolanti (già presente nell'Ep uscito lo scorso anno, come la tormentata e darkosa "She's Hearing Voices") quindi, se così non fosse, invitate il vostro dj di fiducia ad aggionare il suo set; è infatti questo il brano destinato a propagare il sound del gruppo possibilmente in ogni angolo del pianeta, ideale punto d'equilibrio fra rock e dance, almeno inteso alla maniera dei Rapture. Semi di punk-funk importunano il suono oscuro di "Price Of Gas", una calda nostalgia permea la malinconica "So Here We Are", per quanto poi tonalità eccessive di power-pop, che cita involontariamente gli Idlewild, finiscono col rendere un po' stucchevoli canzoncine in fin dei conti mica male ("Plans", e pure la trascinata "Pioneers") abbassando un poco la qualità del risultato finale. Come si vede, non tutto il disco luccica: a fianco di neon sfavillanti (aggiungiamo a quelle già menzionate l'energica "Helicopter"), ritroviamo tracce non brutte, ma che si reggono più sulla giovanile audacia degli astanti che non sulla bontà del risultato finale (e qui sommiamo "Luno").
"Silent Alarm" non è certo il capolavoro che qualcuno tenterà di spacciarvi, ma con un po' d'indulgenza un 7 finisce col meritarselo.

lunedì 12 febbraio 2007

Edith Piaf


Édith Giovanna Gassion, nota come Édith Piaf (Parigi 19 dicembre 1915 - 11 ottobre 1963), o "Passerotto", come veniva amorevolmente chiamata, è stata la maggiore cantante francese ed una grande interprete del filone realista ("chanteuse réaliste") che ha deliziato le folle tra gli anni trenta e sessanta.

La sua voce, caratterizzata da mille sfumature, era in grado di passare improvvisamente da toni aspri e aggressivi a toni dolcissimi; inoltre sapeva far percepire in modo unico la gioia con il suono della sua voce. È la cantante che con le sue canzoni ha anticipato il senso di ribellione tipico dell'inquietudine che contraddistinse diversi intellettuali della "rive gauche" del tempo come: Juliette Greco, Roger Vadim, Boris Vian, Albert Camus ecc. In molti casi era lei stessa l'autrice dei testi delle canzoni che tanto magistralmente interpretava.

La vita di Édith Piaf fu sfortunata e costellata da una miriade di fatti negativi: incidenti stradali, coma epatici, interventi chirurgici, delirium tremens e anche un tentativo di suicidio. In una delle sue ultime apparizioni pubbliche la si ricorda piccola e ricurva, con le mani deformate dall'artrite, e con radi capelli; solo la sua voce era inalterata e splendida come sempre.

giovedì 8 febbraio 2007

La Notte Della Taranta (Salento)


L’esorcismo dal morso della taranta continua ad esercitare ancora tutto il suo fascino, tanto che i paesi del Salento si riempiono di migliaia di persone, tra turisti e curiosi, allorquando d’estate vengono organizzate serate in onore della pizzica-pizzica, della taranta, appuntamenti che culminano nella celeberrima Notte della Taranta che si tiene, da qualche anno, ogni 17 agosto nella piccola Melpignano, nei pressi del convento degli Agostiniani, che fa da splendida cornice a questo evento.
Questo appuntamento è diventato in questi ultimi anni uno degli eventi più attesi, sia da parte dei salentini, che da parte di tutti i turisti richiamati dai ritmi e dalle danze che si sprigionano durante i concerti nelle piazze dei comuni della Grecia Salentina e non solo.
Il progetto di questo festival, è nato nel 1998, quando si decise di realizzare, all'interno dell'area ellenofona della "Grecìa salentina", un grande concerto in cui la locale musica folklorica si mescolava con altre tradizioni musicali, rivitalizzandosi e stabilendo, in questo modo, anche una modalità diversa di composizione musicale contemporanea.
Icona della manifestazione fu la taranta, o tarantola, animale mitico al cui morso le classi popolari salentine attribuivano una funzione mitica, come la definisce Ernesto De Martino, secondo cui il morso esprime conflitti psichici cifrati emergenti dall'inconscio.
La Notte della Taranta gode ormai di notevole considerazione in ambito nazionale ed internazionale, proprio grazie al fascino esercitato su grandi musicisti che sono accorsi presso il suggestivo convento degli agostiniani, per unirsi ai gruppi musicali di zona e far rivivere una tradizione secolare.
Attualmente il festival viene considerato dalla gente come un appuntamento irrinunciabile dell'estate salentina, come un marcatore dell'identità locale. Gli amministratori dei comuni della Grecìa hanno deciso di puntare su questo evento per attirare un numero crescente di turisti e date le presenze, circa 50000 persone durante l'ultima serata, si può tranquillamente concludere che lo scopo è stato raggiunto.
Negli ultimi anni, la Notte della Taranta ha goduto di tanta considerazione da essere trasmessa in diretta TV, contribuendo così a diffondere la cultura salentina oltre i confini stessi della Puglia, alimentando ancora di più la leggenda del Salento come Terra del Rimorso.

martedì 6 febbraio 2007

Kings Of Convenience


Quando il New Acoustic Movement sembrava ormai una vecchia moda stipata per sempre nei più reconditi armadi della nostra collezione di cd come un vecchio modello di qualche stagione (musicale) fa, tornano i Kings Of Convenience. Erlend Øye fa il suo rientro all'ovile, dopo tanto scorrazzare in lande del mondo e del suono così distanti da quella di partenza. Eirik Glambek Bøe mette di nuovo il naso fuori da casa, almeno per entrare nello studio di registrazione. Rieccoli, i piccoli re. Se le tendenze passano, se i nuovi acustici sono quasi scomparsi o si sono riconvertiti ad altre forme, i due ribadiscono che il loro essere rimane al di fuori delle tendenze, che la loro è una scelta stilistica ben determinata, forse addirittura una necessità. Sussurrare per farsi sentire meglio.
Ma come è, in concreto, questo "Riot On An Empty Street"? Prima di passare all'ascolto, ci sono già tre osservazioni da fare, una negativa, una positiva, una neutra.
Quella negativa è che quello che abbiamo fra le mani è un cd anticopia. La Emi si ostina in questa tattica che ottiene il contrario di ciò che vorrebbe produrre: scoraggia il compratore di cd e non impedisce in alcun modo la diffusione di mp3. Questi album si trovano lo stesso in rete, anche in anticipo rispetto alla data di pubblicazione. In compenso, chi acquista l'originale affronterà il rischio che uno o più dei suoi lettori non riesca a leggerlo. Bene così?
Per fortuna c'è la caratteristica positiva a controbilanciare l'irritazione: il prezzo è sensibilmente ridotto rispetto alla media delle altre nuove uscite. Fatto tutt'altro che disprezzabile, specie se si pensa che, fra i più o meno indipendenti, i Kings Of Convenience sono uno dei gruppi che riscuote il maggior successo.
Per ultima l'osservazione neutra, con la quale si entra nello specifico dell'opera: continua la fascinazione, nel titolo del disco, per il binomio silenzio-rumore, e per i tentativi di accordare questa (soltanto apparente?) opposizione. Se con il primo lavoro Erlend e Eirik suggerivano che "il silenzio è il nuovo frastuono", oggi evocano una "rissa in una strada deserta". Ancora esplosioni silenziose (forse perché nessuno le può sentire?), proprio come la loro musica, proprio come l'amore di chi non può o non sa gridarlo.
L'esordio era una mirabile collezione di belle canzoni. Ben scritte, interpretate con delicatezza, sensibilità e la giusta dose di (auto)ironia: era soprattutto questo a renderle forti nella loro debolezza. Canzoni dalle melodie di gran classe, che non avevano bisogno di nessun trucco di arrangiamento proprio perché cantabilissime, immediate, ma nient'affatto banali. Semplicità come complessità risolta.
In questo album (e così passiamo finalmente all'ascolto), purtroppo, tale semplicità non si accompagna alla stessa felice vena creativa di tre anni or sono. Questo, ovviamente, non significa che "Riot On An Empty Street" sia un disco brutto. Tuttavia non è all'altezza delle aspettative.
La nudità, stavolta, non serve a mostrare la bellezza, ma piuttosto finisce per svelare rapidamente i difetti della nuova fatica. Se in "Quiet Is The New Loud" i Kings Of Convenience avevano saputo preparare un buon pranzo con poco, qui più che il pranzo si nota il poco… Non si può dire, infatti, che ci siano canzoni veramente noiose o punti deboli, in quest'album. Si trovano anche episodi che funzionano bene e belle idee, come quella di collaborare con Feist per "Know-How" e "The Build-Up", che la brava cantautrice canadese arricchisce con la sua voce dolce ed elegante (forse, al limite, un po' leziosa). Ma l'impressione è quella di una maggiore fatica, di canzoni monche, di una mano meno ispirata nello scriverle.
Non tutte le canzoni si fanno ricordare. L'iniziale "Homesick", già proposta da Øye nelle sue esibizioni da solista, è il brano che più paga pegno a Simon & Garfunkel, presumibilmente evocati anche nel testo, ma è uno dei momenti più riusciti.
"I'd Rather Dance With You" è una divertente concessione alle nuove passioni di Erlend, oltre che un inaspettato invito a ballare piuttosto che a parlare. Incredibile: i sensibiloni Kings Of Convenience si arrendono infine al linguaggio del corpo? Anche la ritmica si fa più sostenuta e significativamente compare anche una vera batteria.
Cosa rimane di questo disco, però, in ultima analisi? Forse la parte più canticchiabile di tutto l'album è l'adesivo riff di pianoforte di "Misread", il primo singolo. Oltre alla bella linea di piano, il pezzo vanta un sapiente utilizzo degli archi, mai invadenti ma funzionali sottolineature emotive. In fondo, fa anche piacere che sia stato uno dei pezzi più passati in radio durante l'estate. E' un po' poco per chi fa di melodie e scrittura, ancor più che delle atmosfere, il suo punto di forza. Restano, a favore del duo di Bergen, una forte personalità, evidente anche in un disco tutto sommato deboluccio come questo, e la capacità, sempre più rara, di scrivere bei testi. Caratteristiche dalle quale potranno ripartire per dare vita al famigerato "album della verità".

Cassius


Quattro lunghi anni sono passati da "Au Reve" (2002) secondo lavoro in studio per Philippe Zdar e Boombass, quattro anni in cui i Cassius sono stati praticamente solo i set di Zdar, quattro anni che ci hanno fatto sentire fin troppo la mancanza del duo che con "1999" diede una scossa senza paragoni al mondo della dance di fine millennio.
Quattro anni per sistemare le idee e volare per tre settimane in quel di Ibiza per creare il terzo, attesissimo, lavoro della saga Cassius. Quattro anni per dare vita a una piccola rivoluzione e proiettare il proprio suono nel futuro.
E' proprio il suono rinnovato che caratterizza infatti questo nuovo "15 Again", il saper fondere electro , house, break e hip-hop in uno stile unico e graffiante, distante dai primi lavori ma più che mai al passo coi tempi e più che mai vivo.
"Toop Toop" è rimbalzato nelle radio di tutto il mondo già dalle prime settimane di questa estate, serrato, pazzamente electro , sbarazzino: un'altra puntata vincente sul tavolo dei singoli che in passato hanno fatto grande il nome Cassius.
"Rock Number One" è la seconda bomba da sganciare sui dancefloor di tutto il mondo, con quella voce femminile a coronare una stesura a metà fra funk e break, in costante delirio ritmico di sintetizzatori pronti a schizzare verso il cielo così come "15 Again", che si pone sulla stessa linea d’onda stringendo l’occhio al rap più modaiolo e non dimenticando però le radici elettroniche dei francesi.
Ci riportano ai terreni delle vecchie produzioni, più orientate su toni lounge , le splendide "La Notte", "A Mile From Here" e "Cria Cuervos", che fanno delle sonorità rilassate il loro punto di forza, rinnovando così uno stile che sembrava essersi esaurito dopo l’uscita di "Au Reve". Freschissime anche "All I Want", "This Song" e "See Me Now", che graffiano con un piglio da brani d’epoca e vocali ammiccanti, sostenute da una stesura a base di virate elettroniche e sonorità estremamente catchy che tanto successo hanno riscosso nelle classifiche di mezzo mondo in questi ultimi anni.
Capitolo a parte per "Jack Rock" e "Cactus", nelle quali viene fuori il lato puramente dance di Boombass e Philippe Zdar: la lezione dei grandi maestri di Chicago rivista oggi con un suono essenziale ed estremamente deep : un flashback nel futuro. Menzione speciale per la collaborazione con il bambino prodigio dell’hip-hop statunitense Pharrell Williams, che in "Eye Water" ci mostra come rap, elettronica, house e assoli rock possano convivere alla perfezione e anzi dar vita a qualcosa di dirompente.
Cassius in questo 2006 è più vivo che mai e si dimostra ancora un duo capace di rompere gli schemi, di spaziare fra i generi restando accessibile e favolosamente pop; "1999" e "Au Reve" (ma in particolare singoli come "1991", "Feeling For You" e "The Sound Of Violence") sono ormai nell’olimpo dell'elettronica da ballo ed è quindi difficile parlarne a cuore leggero, ma questo "15 Again" è complessivamente il miglior lavoro uscito sotto il nome Cassius.

Basement Jaxx


E dire che un po’ lo avevamo sperato: ascoltare, a seconda delle indiscrezioni, un vocale (uargh!!!) alla Pantera su una take del nuovo Basement Jaxx era una roba che ci gasava parecchio... Be’ spiacenti, paiono dirci Simon Ratcliffe e Felix Buxton from Brixton, ma di tale efferatezza su "Rooty", il loro nuovo album dopo l’epocale debutto di "Remedy", non vi è traccia. Al massimo, possiamo accontentarci di "Where’s Your Head At" che, oltre a suonare simile a dei Clash supercafoni, rappresenta la vetta di arroganza di quest’opera. Una bomba che, assieme al singolone very-friendly "Romeo" e il northern-soul dopato di "Do Your Thing", scatenerà l’ira di dio sulle piste giuste di mezzo mondo. Per il resto, niente da segnalare. E ci sia di conforto il semplice fatto che, se i Daft Punk hanno preferito celare il loro ritorno dietro astute nostalgie eighties, i Basement Jaxx si sono limitati, con la loro inconfondibile classe, a fare un disco alla... ehm, Basement Jaxx.
La solita miscela, dunque, di sporcizia cosmopolita, house filtrata, fischi e trombette ("Broken Dreams") adoperate con la stessa frequenza con cui parolacce, peti e pernacchie coloravano i film di Pierino-Alvaro Vitali. Con la sostanziale differenza e convinzione - ecco giustificata la votazione abbondante... - che in "Rooty" prevalga alla fine una genuina urgenza pruriginosa ("Sfm", "Get Me Off") tipo, tanto per restare in tema, Carmen Russo che si spoglia spiata dal buco della serratura, capace di rendercelo oltremodo simpatico ed appiccicoso. E assolutamente convincente, pure se Ibiza non rientra nelle nostre mete turistiche preferite.

Daft Punk


I Daft Punk sono un duo formatosi a Parigi nel 1992 e composto da Thomas Bangalter e Guy Manuel De Homem-Christo. Nel 1995 il singolo "Da Funk", intelligente aggiornamento di motivetti elettronici anni 80 come "Pop Corn" e "Pop Muzik", ottiene un notevole successo: sarà uno dei pezzi forti del loro primo album, datato 1996, Homework.
In questo primo disco i Daft Punk sfoggiano dell'ottima musica "da cameretta": minimalista nei suoni, tra vocoder e tastiere dance, orecchiabile quanto basta e debitrice di una non precisa corrente musicale elettronica, tanto che si possono scorgere echi di Kraftwerk, ma anche della disco-music degli anni '70 e del synth-pop esploso negli anni Ottanta.
Le composizioni dei Daft Punk si basano su un'idea che viene reiterata in continuazione, con l'aggiunta di piccoli suoni e con il costante ritmo martellante tipico di certa musica techno. Eppure sarebbe riduttivo definire i Daft Punk come dei "rielaboratori" di antiche idee: il loro disco è pieno di piccoli capolavori che, anche grazie all'accompagnamento di ottimi videoclip, riescono a sfondare e a creare un vero e proprio caso. Più che "Da Funk", è "Around the World" che catalizza l'attenzione e diventa un clamoroso successo commerciale. Ciò che all'apparenza potrebbe sembrare una hit usa e getta, nasce in realtà da un irresistibile ritmo, da un orecchiabile giro di basso in sottofondo e soprattutto dalla voce sintetica che ripete, in continuazione, le stesse tre parole che danno il titolo al pezzo. Talmente semplice da essere geniale. Lo stesso si può dire per altre composizioni del disco: "Phoenix", "Fresh", "Teachers", per esempio, si basano su un'idea melodica che viene riproposta incessantemente, tanto da risultare irresistibilmente orecchiabile. In "Burnin'" e "Rollin' & Scratchin'" cardine della canzone è semplicemente un suono elettronico, sgradevole all'inizio ma che diventa familiare proprio per la sua continua riproposizione, nonché grazie al ritmo e ai suoni di sottofondo. "Alive" è il pezzo più maturo del disco, in quanto possiede una carica innovativa e assolutamente originale che lo distingue dagli altri.
Nel 2001 esce il secondo album, Discovery. Con maggiori mezzi a disposizione, i Daft Punk sfornano un prodotto che è innovativo, retrò e critico al tempo stesso. E' innovativo perché sfoggia un'altra non indifferente quantità di trovate e idee, è retrò perché anche in questo caso sono evidenti i rimandi al passato. Attenzione, però: è critico perché non è esclusivamente un "bignami" della musica degli ultimi decenni, ma un rimiscelamento attento e mirato, un gigantesco "blob" che ingloba, taglia, aggiusta, ma che alla fine risulta un prodotto totalmente nuovo.
"Aerodynamic", per esempio, sembra un normale strumentale elettronico ma poi, d'improvviso, contiene un riff ultrakitsch alla Van Halen filtrato e suoni che richiamano avanguardie del passato. Lo stesso si può dire per "Digital love", "One more time" e "Hard, better, faster, stronger": suoni più maturi, immensi calderoni e, allo stesso tempo, ballabilissimi e trascinanti ritmi. La voce è presente in forma maggiore che nell'album precedente, mentre è lasciato da parte il minimalismo sonoro che aveva reso i Daft Punk inconfondibili. A metà disco compiaiono "Nightvision", un breve interludio ambient, "Superheroes", che sembra davvero una delle tante hit tipiche degli anni 80, e anche un brano jazz-funk come "Something about us". Le ultime cinque tracce non reggono il confronto con la freschezza e la floridità delle precedenti e paiono semplicemente esercizi di stile un po' compiaciuti, anche se non si possono non menzionare "Short circuit" (che ha il suo punto di forza in un suono ultrakitsch alla "Beverly Hills Cop") e la conclusiva "Too long", dieci minuti (pleonastici) di soul elettronico che strizza un po' troppo l'occhio a certa dance modaiola da club.
Ciò che conta maggiormente, dunque, in questo secondo disco, è l'operazione: i Daft Punk stravolgono i canoni della disco-music di Moroder, e realizzano così un prodotto squisitamente pop (non solo nel senso musicale del termine) e consapevolmente kitsch. Come nel primo disco, anche in questo caso l'idea è semplice, ma geniale. Se in Homework avevano giocato a inventare piccoli affreschi elettronici con il minimo dispiego di forze possibile, in Discovery, la missione è più ardua ma egualmente compiuta: rielaborare idee musicali degli ultimi decenni (se stessi compresi) per fornirne un'interpretazione critica e nostalgica. Tutto questo senza cadere in intellettualismi o sperimentalismo puro, ma costruendo tracce che non manchino d'orecchiabilità e di ritmi coinvolgenti. Un'opera di esplorazione delle nuove frontiere del pop elettronico non dissimile da quella compiuta parallelamente dai loro "cugini" e connazionali Air.
Nel 2005, con il loro terzo disco, Human After All , i Daft Punk riescono a spiazzare tutti: ancora una volta il gruppo cambia registro e propone un disco inciso in gran fretta (per loro stessa ammissione), senza riuscire questa volta a sfornare singoli di successo, come era accaduto per gli album precedenti. Ma non per questo il disco non fa parlare di sé, anzi, divide nettamente: chi lo considera un grande disco trova che la ripetitività, qui esagerata e sottolineata, sia quasi un gesto di protesta che, insieme alle sonorità senz'altro più rock dei dischi precedenti, ne fa un disco quasi "punk" nel significato; chi lo ritiene un clamoroso passo falso vede in questo disco una totale mancanza di creatività resa evidente dalla pochezza della qualità dei pezzi, allungati a dismisura, quasi indistinguibili fra loro e con omaggi che sembrano più scopiazzature che citazioni (il fantasma dei Kraftwerk aleggia pericolosamente in almeno metà dei pezzi). Qualcosa, comunque, si salva: le divertenti "Robot Rock" e "Technologic", per esempio, ma siamo davvero distanti dalla grandezza delle prove precedenti e il disco sembra avere divertito più i Daft Punk nella composizione che l'ascoltatore, spaesato nell'ascolto di un disco così semplice, eppure così complesso. E' banale dirlo ma in un caso come questo, dove ci si ritrova fra chi grida al capolavoro e chi alla totale insufficienza, c'è bisogno di tempo, forse anni, per capire da che parte sta la ragione.

MaCaCo


Macaco is a multicultural musical band from Barcelona created in 1997 by Dani Mono Loco (producer and leader). The band has changed over the years with the only exception of its leader. The members are from different countries such as Brazil, Cameroun, Venezuela and Spain. They mix reggae, flamenco, pop, rock, hip hop in a very particular style.
 
Google