martedì 12 giugno 2007

Daft Punk - Human After All


Due cyborg in mezzo a noi; creature dall'intelligenza superiore, venute da chissà quale futuro, capaci di donare a noi poveri mortali due dei dischi più sensazionali degli ultimi dieci anni (e oltre, forse). Nascosti chissà dove per quasi quattro anni, i cyborg sono tornati e lo hanno fatto in maniera trionfale ma discreta, creando attorno a sé un caso sin dal titolo scelto per questa opera terza, "Human After All" (ma a chi la vogliono dare a bere?).

Che i Daft Punk non fossero una semplice formazione dedita alla solita dance-music risultava già chiaro dalle prime note di "Homework", il loro esordio; la conferma arrivò con "Discovery", seconda prova che comprimeva le loro geniali intuizioni danzerecce in una godibilissima forma-canzone. E adesso, la prova del nove, la quadratura del cerchio: "Human After All" (nei negozi dal 14 marzo). Se "Homework" era daft-house e "Discovery" daft-pop, quest'ultimo lavoro rappresenta la loro visione del rock, visione assolutamente originale nello stile eppure completamente aderente nell'attitudine e nei contenuti alla classicità del genere: musica energetica, sanguigna, dall'appeal immediato. Proprio per questo il suono si fa più minimale e gli arrangiamenti più scarni rispetto a "Discovery", anche se si ritrovano ancora tracce di melodie che, come nel passato, strizzano l'occhio tanto alla disco made in Italy quanto ai riffoni e agli assoli più tamarri dell' hard-rock.

Fondamentalmente il disco viaggia su due coordinate: pezzi pesanti e rumorosi con battuta house (ma anche senza) e/o rivisitazioni in chiave daft punk dell'universo techno in molte delle sue sfumature, dalla magnifica ingenuità degli immancabili Kraftwerk, attraversando le sperimentazioni di Richie Hawtin, fino a toccare moderne sponde chicagoane. Della prima categoria fanno parte la splendida title track, posta in apertura, una perfetta "My Sharona" electro con campionatori e vocoder al posto delle chitarre, "Robot Rock", che esaspera il discorso reiterando lo stesso riff dall'inizio alla fine e creando così l'ibrido ideale tra il significato del rock e il significante della dance, così come l'ossessiva e ultrapesante "Brainwasher", quasi metal e quasi trance, e la più classica, ma non per questo meno incisiva, "Television Rules The Nation", giro semplice su bassa battuta, infarcito di immondizia digitale.

Ancor più interessanti, forse, i restanti episodi dove prevale la ricerca, pezzi maturi che mostrano innanzitutto la sfrenata passione del duo francese per la techno tutta e una magistrale abilità nel fare propri i canoni del genere, fondendoli di volta in volta con influenze diverse. E' il caso, ad esempio, di "Make Love", uno dei due pezzi più pop dell'album, in cui chiarissimo è l'omaggio ai Kraftwerk, ma anche ai Neu!, "The Prime Time Of Your Life", che si basa quasi interamente su campioni vocali stravolti dal vocoder e messi in loop su un ritmo hard-blues, "Steam Machine", nella quale i più avvezzi al mondo techno riconosceranno immediatamente l'impronta sperimentale di un Plastikman, la straniante "Technologic", che sembra partorita dalle più brillanti menti della techno di Chicago fuse assieme, ma soprattutto la commuovente, epica, grandiosa (e per chi scrive la vetta dell'album in assoluto) "Emotion", posta in chiusura: tripudio pop di tastiere, ultrabassi, rumori e una sezione ritmica martellante e ossessiva.

I Daft Punk si riconfermano, insomma, una delle formazioni più originali in circolazione: capaci di stupire a ogni nuovo album senza il minimo segno di cedimento o di calo creativo e, soprattutto, riconoscibili in mezzo a mille, pur proseguendo il loro percorso cambiando spesso le carte in tavola. "Human After All" è in primis una ulteriore prova della loro grandezza, ma anche, e forse soprattutto, un disco che fa comprendere come la musica, di qualunque genere sia, possieda una "magia" di fondo capace di incantare e far vivere meglio noi umani (dopo tutto).

In concerto al Traffic Festival gratis a Torino insieme a LCD Sound System il 12 luglio 2007!!!!

domenica 3 giugno 2007

The Chemical Brothers - We Are The Night


Saltiamo completamente il cappello introduttivo d'ordinanza, i Chemical Brothers non ne hanno bisogno, meno che mai questo disco: parla da solo delle proprie doti diuretiche. Perché non c'è bisogno di sforzarsi nel trovare punti di forza, di dignità quasi, nel nuovo disco del duo, è talmente lampante l'assenza di contenuto che persino l'idea che possa essere stampato, ben precedente al crimine verso sé stessi dell'eventuale acquisto, appare come uno spreco.
Lo spreco che anch'io alimento e perpetro cercando di superare le venti righe di commento a un disco che, seguendo la linea tracciata con “Push The Button”, poteva concedersi l'autoironia di intitolarsi “Touch The Bottom”. Se al peggio non c'è mai davvero fine, mandatemi una e-mail per segnalare qualcosa che sorpassi “We Are The Night”. Qualcosa che abbia un minimo di decenza in più della collaborazione con gli onnipresenti Klaxons, roba da desiderare di scambiare il sacchetto di talco con dell'antrace, con echi al confine tra Linkin Park e il peggio del peggio dell'ondata nu-rave. Immondizia allo stato musicale.

Il grave problema, all'infuori della mancanza effettiva di nuove idee, è che l'unica idea rimasta sola come la particella di sodio della nota pubblicità è racchiusa in un arco di tempo che va dal 1990 al 1999, perché ogni canzone a eccezione del singolo “Do It Again”, che viene surclassato dai due remix contenuti nell'Ep, sembra essere stata concepita e suonata almeno otto anni fa. Ci può essere stile nel fare del revival, anche nel ripetere farsescamente sé stessi, ma così no, così è esporsi al pubblico ludibrio incondizionatamente. Perché si può anche silenziosamente ammettere di essersi ubriacati abbastanza senza continuare a molestare l'utenza del locale, e purtroppo l'impressione che se ne ricava è proprio quella di un'insistenza fuori dal dovuto, una sorta di inerzia inarrestabile. Un non saper fare altro.

Per dovere di cronaca “A Modern Midnight Conversation” è l'unica altra canzone che tenta di salvarsi, riscoprendo i fasti di certi suoni à-la "Dig Your Own Hole", ma fuori tempo massimo perché non si riesce più a rappresentare un bel niente: né foto di una scena nascente, né di un pubblico sempre più vasto che si avvicina al mondo della cultura club\rave.
Il problema dei fratelli chimici è proprio il distacco da tutto ciò che accade attorno, nonostante le presunte collaborazioni lussuose, rinchiusi nel proprio studiolo accampato sui fasti, ingrigiti ormai, del passato. Se “We Are The Night” riflettesse la realtà, sarebbe un messaggio inquietante, perché in questa notte non si vedrebbe nulla, si navigherebbe a vista in un disco osceno. Dispiaceva per “Push The Button”, poiché sbagliare è umano, ma qui si persevera e bisogna assumersene la responsabilità.
 
Google