domenica 15 aprile 2007

Kaiser Chiefs - Yours Truly, Angry Mob


Dimenticate i singoloni divertenti e cazzoni da dance-floor del precedente Employment (tre milioni di copie vendute), Everyday I Love You Less And Less su tutti (ma anche I Predict A Riot. e Na Na Na Na Naa). Con Yours Truly, Angry Mob i cinque ragazzotti di Leeds abbandonano un po’ di quell’aria “funny” e disimpegnata per cominciare a prendersi un po’ più sul serio. Ma mettiamo subito le cose in chiaro, questo non sarà mai un disco rock impegnato, ed il cambiamento è pur sempre fatto nella maniera dei Kaiser Chiefs, quindi i loro fans non rimarranno di certo delusi.

Dirò la verità, il sottoscritto (che non era proprio il loro fan numero uno) non solo non è rimasto deluso, ma perfino piacevolmente sorpreso. Coloro che vedevano nei Kaiser Chiefs solo una band da singoli destinata a sparire nel giro di qualche mese scopriranno di essersi sbagliati di grosso. All’interno di Yours Truly, Angry Mob non troverete difatti solo canzoncine leggere da canticchiare, ma veri e propri brani brit-rock che tendono un vero filo dritto dritto verso le migliori band inglesi (Smiths, Blur, Pulp, ma anche Beatles e Who), abbandonando un po’ di quelle onnipresenti tastiere che caratterizzavano Employment a favore di qualche assolo di chitarra in più, in grado di fornire maggior compattezza ed energia ad un sound che è già inconfondibile.
Il primo singolo Ruby, il crescendo incalzante di The Angry Mob, la ballabile Heat Dies Down, la “Blueriana” I Can Do Without You , l’azzeccatissima Retirement sono tutti pezzi validissimi, e che accostati a brani “atipici” come Love Is Not Competition (But I’m Winnig) , Try Your Best e Boxino Champ (quest’ultima cantata dal batterista Nick Hodgson) fanno sì che l’album si presti anche piuttosto bene ad un ascolto unico, cosa che non accadeva per l’esordio del 2005. Quanto ai testi, diventano stavolta più impegnati, andando a cercare la critica verso il mondo dei mass media (gli stessi mass media che li hanno resi ricchi)

I Kaiser Chiefs si presentano attualmente come i migliori interpreti di quel revival-brit rock capace di sfornare da ormai qualche anno nuove, agguerrite band ogni tot mesi (quando non settimane). Ebbene, il punto forte della band di Leeds è quello di non inventare nulla ma ispirandosi dichiaratamente alle sopraccitate english bands aggiunge quel “qualcosina” tra accattivante e catchy, tra glam e synth, che li fa suonare piacevolmente retrò e nel contempo dannatamente attuali. Non è facile a spiegarsi, ma finchè questa “moda” revival continuerà ad imperversare, i Kaiser Chiefs ci saranno, e saranno sempre un passo in avanti rispetto agli altri.
Forse stavolta mancheranno le “super hits” di Employment (in confronto al quale, Ruby è ben poca cosa), e le vendite subiranno per forza di cose un calo (il primo album è pur sempre il primo album), ma al gruppo di Leeds va dato atto di una certa crescita compositiva e maturazione artistica, in grado di superare agevolmente le difficoltà che un secondo album comporta, oltre a non aver cercato a tutti i costi di bissare il successo commerciale. E questo non è poco.

venerdì 13 aprile 2007

The Klaxons


Dopo appena un anno di vita i ragazzi li adorano, si vestono come loro e si scatenano ai loro concerti. Per il consumatore di musica e myspace -dipendente c’è la folle energia dei 3 singoli – l’ultimo, Magick, un peana all’occultismo di Aleistair Crowley viene regolarmente programmato su BBC Radio One ma è lontanissimo dal normale suono indie.

Per l’ascoltatore casuale si parla invece molto di “nu rave”, un termine coniato dal bassista Jamie Reynolds diversi mesi fa per descrivere il modo in cui la sua band fa riferimento ad un periodo in cui la dance dominava in Inghilterra.
Tuttavia i Klaxons sono pronti a farci sentire live l’album d’esordio “Myths of the Near Future”, che uscirà a fine gennaio 2007.

I 3 componenti (Jamie Reynolds, Simon Taylor, James Righton) sono diventati un legatissimo gruppo di fratelli di musica che guardano a tutto l’hype con un briciolo di distacco, sono anche lettori voraci e i loro testi sono pieni di riferimenti a Richard Brautigan, Thoms Pynchon, Jg Ballard, Alfred Jarry.

La parola klaxon deriva dal Greco e significa urlo. Tutti coloro che si sono ritrovati a pogare alla travolgente “Four Horsemen of 2012”, canzone che chiude i loro concerti ed anche l’album ammetteranno che i 3 sono degni di tale descrizione. Dall’altra parte invece ascoltate il nuovo melodico singolo “Golden Skans”, coi suoi cori Beach Boys degli anni ’80, e improvvisamente tutta la spigolosità si dissolve in un morbido sospiro. L’album finirà col sorprendere molte persone

Il 2007 potrebbe essere l’anno dei Klaxons con la loro immaginazione cosmica, coscienza di avanguardia, melodie inebrianti ed energia rabbiosa che mostra la via per il futuro.

Hanne Hukkelberg


Esistono, fortunatamente, dischi che da soli danno un senso alla più storta delle giornate. Quelli dove ogni melodia suona come tu desideri, dove ogni parola è scandita proprio come lo si vorrebbe. Little Things risponde a tutte queste caratteristiche. L’autrice è la nordica Hanne Hukkelberg, ventiseienne norvegese dal poliedrico background (va dal free-jazz al metal passando al più classico rock) e voce d’angelo. Rientrata nelle grazie di molta gente che “conta” (Jaga Jazzist), la nostra, già titolare di un brillante Ep, si inventa uno stile personale che ingloba la sua passione per il jazz e la moderna arte glitch, sensibilità negli arrangiamenti ed il dono di un’ugola che pare qualcosa tipo “Bjork che canta Nina Simone”.

Nella bellezza della voce niente da obiettare: sono proprio le corde vocali di Hanne a fare la differenza in canzoni che altrimenti suonerebbero di pura, anche se ottima, maniera (vedi Searching). Lo scorrere della musica sembra quasi un errore di editing, ma poi basta un ritornello (Do Not As I Do), un finale coi fiocchi (Balloon), qualche pennellata di Rhodes (Words & A Piece Of Paper) e quelle partenze in sordina che poi si elevano in refrain fiabeschi (True Love, Little Girl) a farne carezze per l’amato udito. Non so se sia nata una stella (ho ancora in mente promettenti debutti poi rimasti tali..), ma il principio per qualcosa di bello sembra dietro l’angolo….
(7.0/10)

venerdì 6 aprile 2007

Muse


Il quarto disco dei Muse abbandona in parte le atmosfere da qualunquismo apocalittico orribilmente classicheggiante del lavoro precedente, per ripescare il pop-rock elettrico degli esordi, ma non solo. Il gruppo cerca nuove vie, tenta di ampliare il proprio raggio d’azione; impossibile non porsi dubbi dopo il passo falso di "Absolution", che faceva intravedere un’obsoleta tendenza a comporre canzoni banali e ripetitive.

Il singolo che lancia "Black Holes & Revelations" lascia intravedere segnali incoraggianti: "Supermassive Black Hole", con il suo riff epidermico e il suo falsetto volutamente sdolcinato, si rivela infatti un ibrido rock moderno, con la sua carica ipnotica, tra eco discendenti e distorsioni luccicanti.
Purtroppo, però, non tutto il disco si mantiene su questi standard; il synth che introduce "Take a Bow" sa di già sentito ed il tema melodico è ancora peggio; i Muse vogliono comporre musica toccante, ma non sono i Radiohead. Il brano si riprende tuttavia nel crescendo elettronico successivo, avvincente e ricco di tensione.

La melodia banale di "Starlight" si basa su un impasto di fondo discreto; rovinato dall’ appeal troppo easy del cantato. Ugual sensazione suscita "Invincibile", forte di un ritmo marziale e di musicalità tenui, rovinate dalla melodia insulsa. "Soldier’s Poem" è la solita triste ballata senza alcun sussulto emotivo.
Le trame si fanno più interessanti con "Map Of The Problematique", un affascinate intreccio di chitarre ed elettronica dalle sonorità distese e ben equilibrate. "Assassin" è bel rock, affannato forse nel refrain , ma abbastanza slanciato nel macinare ritmi furenti. L’epico riff di "Exo Politics" è probabilmente il migliore del lotto, stesso discorso non si può fare per la melodia che si dimostra il principale punto debole del disco. Dispiace vedere come brani discreti di rock elettronico vengano continuamente rovinati dal songwriting stantio di Mathew Bellamy. "City Of Delusion", sfuggente mix di psichedelica sintetica e armonie latineggianti, sarebbe stata un piccolo capolavoro, messa nelle mani dei musicisti giusti. "Hoodoo" fa capire che i Muse, privati della voce lamentosa di Bellamy, sarebbero potuti essere persino un punto di riferimento per il prog-rock.

Ma purtroppo non tutte le favole hanno un lieto fine e dobbiamo accontentarci dei sei splendidi minuti di guerra trasposta in musica che vanno a formare "Knights Of Cydonia", forse l’unico vero brano degno di essere ricordato in questo disco, insieme al primo singolo.
"Black Holes & Revelations" è un album sintomatico dei problemi del gruppo; le potenzialità per diventare qualcuno ci sono, ma nella maggior parte dei casi vengono sciupate a favore di un pop-rock dannatamente insulso e maleodorante. È ora che i Muse imparino a gestire le loro capacità.
 
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