sabato 27 settembre 2008

Kate Nash - Made Of Bricks


Si potrebbe già prevedere la gioia dei magazine inglesi nel dipingere la nuova sfida a colpi di borsetta e lucidalabbra tra la celebrata Lily Allen e la nuova stellina Kate Nash, anche se non ci sarebbe quanto di più sbagliato. Le due ultime figlie dell'indie-pop inglese sono molto simili musicalmente, ma se la già famosa Lily Allen associa atteggiamenti da spaccatutto a canzoni con lo zucchero a velo intorno, Kate Nash invece fa della musica la sua arma principale. Musicalmente infatti non c'è paragone ed è per questo che vi invito a dedicare una ascolto, anche veloce, alla giovane londinese di origini irlandesi.

Il suo disco di esordio "Made Of Bricks" è decisamente piacevole e accattivante, seppur non innovativo, ma che trascinato da almeno 4 ottimi pezzi può diventare un metro di paragone per le altre giovani leve del pop inglese. Il singolo Foundations è cristallinamente splendido, ma anche i ritmi di Dickhead (non vi sto a dire di cosa tratta la canzone perchè è intuibile) od ancora del singolo Mariella calano l'ascoltatore in un mix tra i temi diretti di Mike Skinner e la facilità di ascolto di Just Jack e dei Twang. Nonostante il clamore e l'attenzione mediatica si sente una produzione low-fi, il disco ha e da l'idea del prodotto casalingo, anche se dietro tanta (finta) innocenza si sente anche l'evidente volontà di andare all'attacco dello scettro di Lily Allen e compagnia: che la guerra abbia inizio.

lunedì 8 settembre 2008

MGMT - Oracular Spectacular (2008)


Si sta facendo un gran parlare in rete di questo nuovo gruppo costituito da due simpatici e giovani freakettoni originari del Connecticut. L’esordio discografico è stato da poco distribuito in Europa e, dopo aver ottenuto ottimi riscontri in Inghilterra (forte anche del supporto mediatico fornito dall’Nme), l’”oracolo” si appresta molto probabilmente a conquistare le più importanti ribalte internazionali, aiutato anche dalla spinta promozionale di una major consolidata come la Columbia.
La produzione del lavoro è stata affidata ad un veterano del pop indipendente statunitense, vale a dire Dave Fridman, e questo è già un primo e fondamentale indizio: bene o male infatti, l’ombra frastagliata dei Flaming Lips aleggia su tutte le canzoni dell’album e la formazione capitanata da Wayne Coyne rimane senza dubbio uno dei referenti più immediati di questo gruppo, soprattutto a partire dai numerosissimi richiami alla psichedelia vaporosa e sognante dei medi Sessanta.

La principale novità di tutta l’operazione risiede tuttavia nelle sfumature apertamente elettro-pop che questi MGMT (da leggere: “Management”), riescono a innestare all’interno di un tessuto sonoro di per sé animato, come detto, da un spirito vivacemente psichedelico e neo-freak. I Klaxons e tutto il roboante arsenale scenografico (ai limiti della pacchianeria) del new rave incontrano così gli slanci visionari delle comuni folkeggianti appiattate nella polverosa suburbia newyorkese, da Devendra Banhart e Akron/Family fino a Animal Collective e Panda Bear (visibilmente richiamato anche nel retro di copertina del disco).

La prima metà dell'album è quella in cui tendono a prevalere i pezzi più ritmati e dalla maggiore propensione dancereccia. A spiccare sulle altre sono soprattutto l’ormai famosa “Time To Pretend”, con un giro di synth davvero irresistibile (e papabile per qualche remix di grido) e “Kids”, ancora più contagiosa (se qualche agenzia di pubblicità per disgrazia si accorge dell’esistenza di questa canzone, i nostri rischiano sul serio di diventare miliardari…). Anche se il pezzo più estremo è “Electric Feel”, in cui si assiste a un vero e proprio cortocircuito temporale in cui Chic, Prince, Rod Stewart e Michael Jackson si mettono a jammare, fingendo di essere i Bee Gees, dopo aver bevuto (o ingerito) qualcosa di molto ubriacante. A partire da “4TH Dimensional Transistion” il disco imbocca un binario più mistico e salmodiante, e il suono si arricchisce di digressioni dal tenore vagamente orientaleggiante e parentesi folk dal piglio più rarefatto e sfuggente, che finiranno con il far apprezzare questo prodotto anche a chi si è sempre tenuto scrupolosamente alla larga dal clubbing notturno (come il sottoscritto).
E il segreto in fondo sta tutto qui: suonare la chitarra alle fermate della metropolitana e al contempo ballare sui tavolini del Billionaire con gli zatteroni allacciati al collo, voler essere Syd Barrett e al tempo stesso Freddie Mercury (e in “Of Moons…” quasi ci si riesce).

A voler allargare lo sguardo (e lo spettro) critico sulle nuove tendenze della musica attuale, si inizia forse a capire che la cifra caratterizzante di tanta musica “giovane” di oggi è la trasversalità, il totale menefreghismo per divisioni di genere, di scuola, di tradizione, tutto ha lo stesso valore, tutto si colloca su un piano di completa simultaneità, niente è davvero passato, niente è del tutto presente. Finché i risultati sono questi, non ci si può certo lamentare.
(Ondarock.it)

domenica 7 settembre 2008

Pj Harvey - White Chalk


Qualcuno ha definito il nuovo look di Polly Jean Harvey “à-la sorelle Bronte” e il suono di “White Chalk” evoca in qualche modo i paesaggi notturni e aspri descritti in “Cime Tempestose” e quelli nebbiosi e uggiosi presenti in “Jane Eyre”. “White Chalk” contiene brani che potrebbero piacere molto a Charlotte e Emily.
Un disco intenso e spiazzante, interamente scritto al pianoforte, dove è la voce l’unica vera protagonista. Una voce, come la musica, sempre acuta, confessante, che si innalza fino a grida di dolore.

Per la prima volta PJ Harvey non duetta con se stessa, ma utilizza la voce come non aveva osato fare prima: come un semplice coretto, come un coro intero e come vero e proprio strumento musicale che fa parte del gruppo. Gruppo che c’è, ma si sente poco, pochissimo, in maniera del tutto sussurrata: ci si accorge appena del clavicembalo, delle tastiere, dell’arpa, di interventi elettronici, e la loro presenza rischia di passare elegantemente inosservata, perché tutto gira intorno al tormento di Polly Jean, che finalmente sviluppa le atmosfere sperimentate in “The Darker Days Of Me & Him”, “Un Cercle Autour Du Soleil” e nella celebre b-side “Who Will Love Me Now?”.

Accantonata l’euforia e la spensieratezza di “Stories From the City, Stories From The Sea” e l’allegra sfrontatezza di “Uh Huh Her”, Polly Jean si ritrova nuovamente abbandonata con la consapevolezza di una donna vicina ai quaranta, ben più matura della passionale Fanciulla Gentil di cui ci narrava 11 anni fa in “To Bring You My Love”. “White Chalk” sembra essere un disco con cui la cantautrice del Dorset tenta di fare ammenda con se stessa per essere stata in qualche modo felice negli ultimi anni. Polly Jean è a pezzi, frantumata al suolo, caduta in picchiata dal settimo cielo.

Decisamente più vicina a Kate Bush che a Patti Smith, sicuramente molto lontano da qualsiasi cosa PJ Harvey abbia mai prodotto. Per la prima volta si parla chiaro, PJ non racconta storie, non ci descrive paesaggi, non ci narra di angeli abbandonati a loro stessi. Polly Jean non è mai stata tanto nuda in nessuno dei suoi dischi. Un disco di solitudine assoluta: nell’introduttiva ed esaustiva “The Devil” (“As soon as I’m left alone – The Devil wanders into my soul”), nella criptica “The Piano” (“Oh God I miss you”), in “To Talk to You” (lettera aperta alla nonna scomparsa durante le lavorazioni di “Uh Huh Her”) e in “Before Departure” (la lettera d’addio di un suicida).
Menzione speciale per “When Under Ether”, primo singolo estratto, meraviglioso nella sua melodia.

Un disco attuale con un abito antico e che sembra cantato da un fantasma. Fantasma che, album dopo album, continua a confermarci che c’è modo e modo per piangersi addosso. (Ondarock.it)

lunedì 9 giugno 2008

Gomorra


Totò ha tredici anni, aiuta la madre a portare la spesa a domicilio nelle case del vicinato e sogna di affiancare i grandi, quelli che girano in macchina invece che in motorino, che indossano i giubbotti antiproiettile, che contano i soldi e i loro morti. Ma diventare grandi, a Scampia, significa farli i morti, scambiare l'adolescenza con una pistola. O magari, come accade a Marco e Ciro, trovare un arsenale, sparare cannonate che ti fanno sentire invincibile. Puoi mettere paura, ma c’è sempre chi ne ha meno di te. Impossibile fuggire, si sta da una parte o dall'altra, e può accadere che la guerra immischi anche Don Ciro (Imparato), una vita da tranquillo porta-soldi, perché gli ordini sono mutati, il clan s'è spezzato in due. Si può cambiare mestiere, passare come fa Pasquale dalla confezione di abiti d'alta moda in una fabbrica in nero a guidare i camion della camorra in giro per l'Italia, ma non si può uscire dal Sistema che tutto sa e tutto controlla. Quando Roberto si lamenta di un posto redditizio e sicuro nel campo dello smaltimento dei rifiuti tossici, Franco (Servillo), il suo datore di lavoro, lo ammonisce: non creda di essere migliore degli altri. Funziona così, non c’è niente da fare.
Matteo Garrone porta sullo schermo Gomorra, libro-scandalo di Roberto Saviano che in Italia ha venduto oltre un milione di copie, aprendo il sipario sulla luce artificiale e ustionante di una lampada per camorristi vanitosi ed esaltati. Il sole non illumina più le province di Napoli e Caserta, impossibile rischiarare questa terra buia e straniera al punto che gli italiani hanno bisogno dei sottotitoli per decifrarla. Siamo in un altro paese: all'inferno. Che non si trova nel centro della terra, ma solo pochi metri giù dalla statale o sotto la coltivazione delle pesche che mangiamo tutti, nutrite di scorie letali, trasformate in bombe che seminano tumori con la compiacenza dei rispettabili industriali del nord.
Nessun barlume di bellezza dentro questo buio fitto sotto il sole; forse la bellezza è nata qui, per caso o per errore, ma è volata lontano, addosso a Scarlett Johansson, col risultato che chi l'ha partorita è rimasto ancora più solo ed impotente.
Il film di Garrone è crudo e angosciante, ripreso dal vero, musicato dal suono delle grida e degli spari di Scampia. Una volta si diceva "giusto", quando dire "bello" non aveva senso. Giustissimo, dunque.
Del libro, il film sceglie alcuni fili, li intreccia, s'impone come uno sciroppo avvelenato, senza la possibilità di voltar pagina o sospendere la lettura. Del libro, soprattutto, sposa il punto di vista, da dentro, e tuttavia inevitabilmente fuori, in salvo. "Ma - scrive Saviano - osservare il buco, tenerlo davanti insomma, dà una sensazione strana. Una pesantezza ansiosa. Come avere la verità sullo stomaco". Gomorra, sullo stomaco, pesa come un macigno. Solo una ruspa potrebbe sollevarlo, per "sversarlo" altrove e chiudere in circolo vizioso, come il suono del film. (mymovies)

mercoledì 4 giugno 2008

Sebastien Tellier - Sexuality (2008)


Sessualità, o meglio: passione, contatto, fusione, orgasmo e amore. L’inebriante gestualità dei corpi a sublimare l’emanazione diretta delle fragranze più candide dell’animo umano.
Sullo sfondo un guerriero e il suo cavallo sondano afrodisiaci sentieri, rivelando una nuova forma di edonismo naif, interpretando quel dualismo interiore dell’esser maschio: uomo/animale, spirito/carne.

Da questa piccante figurazione nasce “Sexuality”, sesto lavoro del parigino Sebastien Tellier. Con esso l’electro-writer francese avvolge tutte le sue manie in un nuovo mantello pop di seta pregiata, per approdare con la consueta seductiòn su caldissime spiagge esotiche. Un disco che mescola Gainsburg, idolatria Kubrick, soul, pop, french touch, ululati kitsch e una quantità divina di citazioni erotiche. Il tutto è frullato e servito con classe da Guy-Manual de Homem Cristo. Una formula estatica dagli ingredienti più disparati che testimonia la volontà netta di ammorbidire fin da subito gli entusiasmi elettronici di “Politcs”, grazie a una maggiore consapevolezza d’intenti, stavolta più vicina ai sentimentalismi soul post-Motown che ai briosi sfarzi elettronici di pseudo-protesta politica.
Tellier riduce all’osso le sue velleità, annusando antichi bordelli sintetici, scoprendosi maestro soul, scultore kitsch e provocatore pop.

La libidine come metronomo ritmico, si parte lentamente, con grazia, c’è da conquistare il cuore di una donna, bisogna condurla tra nivee lenzuola, sognare di danzare al più presto su morbidi cuscini, cesellando a piccole dosi un’accattivante propulsione vocale (“Roche”). Teatrante e cantante allo stesso tempo, Sebastien è il perfetto chansonnier del nuovo millennio.
“Kilometer” è synth-pop eccitato, scarno e seducente quanto basta. Gemiti femminei a stimolare le sobrie variazioni del synth. “Look” muove le sue leve su un tappeto melodico dannatamente anni Ottanta, impossibile restar fermi, è necessario aprire la stiva degli alcolici e prepararsi un long drink esotico per poterla gustare tutta. Stesso dicasi per “Divine”: “ba ba ba ba barbara” spensierato, di west-coastiana memoria, zuccheroso e birichino, a ruotar sul più classico (ma eterno) dei beat in salsa revival.

E’ una festa chiccosa di manie kitsch ultra-magnetiche, ogni singola traccia riuscirebbe a scuotere anche la più frigida delle puellae latine. Tellier sfila dal suo arco una serie stimolante di frecce infuocate, su tutte la pornografica “Pomme”, sospinta com’è da orgasmi rosa incontrollati e da una tastiera volutamente liquida, a tratti eterea.
Ma è in “Sexual Sportswear” che il timido Casanova apre tutte le stanze del suo harem. L’iniziale piroetta del synth contorce tutti i suoi giri nella più incandescente delle metafore soniche/erotiche degli ultimi anni. E’ tutto un magma di pulsazioni kitsch, di loop in visibilio, di ormoni elettronici.
La dovuta quiete dei sensi dopo la tempesta dei corpi sopraggiunge con “Elle”, altra ballata erotico-romantica, cadenzata, gentilissima nel suo fluir roboante.

Il nostro attua un costante inchino verso l’universo femminile, “Manty” ne esalta la visione. Con essa (e con il suo italiano spicciolo) Sebastien impartisce la più classica delle lezioni sull’amore e sui suoi intarsi, nuotando nel solito mare calmo di ironia kitsch e stasi soul.
A chiudere quest’opera accattivante è “L’amour et la Violence”, altra scarica di romanticismo transalpino in perfetto stile telleriano. Un piano confuso, ribelle addolcisce la propria rabbia nella commozione canora di un seduttore perduto in un abisso infinito di amore e violenza, prima di stagnare nel finale su una nuvola di cicliche dissolvenze androidi.

Per questo poeta stralunato, il sesso raggiunge livelli paradisiaci solo se spinto dall’amore vero. Noi siamo clamorosamente d’accordo con lui, voi?
(OndaRock)

venerdì 16 maggio 2008

La Promessa dell'Assassino - Eastern Promises (David Cronenberg)


Una ragazza russa muore dando alla luce un figlio. L'ostetrica, Anna, ne traduce il diario alla ricerca dei parenti cui dare in affido il bambino. Scoprirà inquietanti rapporti con la mafia russa, giri di prostituzione e criminalità che rapidamente la stringono in una pericolosa rete…
Cupo e inquietante, ambientato in una Londra umida e invernale, Eastern Promises è forse uno dei lavori stilisticamente più compatti ed efficaci di Cronenberg. La fotografia che vira sul rosso e il nero; l'atmosfera sospesa in cui si muovono i protagonisti, costruiscono un mondo disturbante e precario. Il tutto consente la messa in scena dell'ossessione per il corpo come superficie d'iscrizione della propria memoria, luogo delle impronte del passato. I tatuaggi raccontano i trascorsi dei protagonisti nelle prigioni siberiane e gli incontri di lavoro si fanno nelle saune, per mostrare i disegni sulla pelle.
Come racchiusi nei propri corpi i magnifici protagonisti, il glaciale Mortensen, il buffone Cassel e la sconvolta Naomi Watts, fanno trasparire un'inquietudine esistenziale, quella della scelta. Al centro della riflessione di Cronenberg, come accadeva in A history of violence, la questione morale: il comportamento di un uomo nel momento in cui il suo mondo, quello malavitoso, si scontra con quello cosiddetto "normale". La potenza di Eastern Promises è quella di trattare il tema all'interno del noir, sfruttando le logiche di genere per mettere in scena un dilemma essenziale. Rientrato in un certo modo nei ranghi, Cronenberg sceglie di non usare le armi da fuoco, cosa che lo accomuna con il Johnnie To di Election (film con cui sembra esserci più di una parentela, almeno dal punto di vista stilistico), centellina le scene d'azione che esplodono improvvise e ancora più violente durante la narrazione. Dopo averne destrutturato le regole, averle portate all'eccesso, nella sua filmografia, fino a farle collassare, Cronenberg tocca qui una delle vette più alte del noir contemporaneo.
Eastern Promises regala, tra le altre cose, una scena culto: Viggo Mortensen, nudo, lotta contro due energumeni in una sauna russa. Il sangue scuro e i colpi sordi delle lame sui muri la rendono una delle sequenze d'azione meglio riuscite degli ultimi anni. (Mymovies)

mercoledì 27 febbraio 2008

Lenny Kravitz - It Is Time For A Love Revolution


Si tratta dell'ottavo studio album del cantante e chitarrista statunitense Leonard Albert "Lenny" Kravitz, che con questo It Is Time For A Love Revolution si ripresenta a quattro anni di distanza dal precedente e poco soddisfacente Baptism, come di scarsa portata era stato Lenny del 2001.
Il suo rock ha sempre contemplato una commistione di elementi vari, dallo psychedelic rock di chiara derivazione Hendrix-iana al funk di Prince, dal pop al soul a sfumature ora più hard rock ora più folk e "cantautorali", quindi non stupisce più di tanto il ritrovare nella sua musica, ed ancor di più in questo suo ultimo lavoro, sonorità a cavallo tra la fine degli anni '60 e gli inizi degli anni '70, tra accenni più o meno retrò e vintage ad artisti che hanno fatto la storia del pop-rock, come Beatles o Jimi Hendrix, pur non disdegnando richiami ad artisti più recenti, Prince su tutti, mescolando e riformulando tutte le sue influenze in un sound intimo e viscerale, con cui affrontare tematiche anche scottanti come la guerra, il sesso o la religione. E' lo stesso Kravitz in prima persona ad occuparsi di tutto, dalla stesura dei brani fino alla produzione, suonando quasi da solo e quasi tutto per intero, e ciò ovviamente rende questo disco ancor più personale, sudato ed intimo.

Certo di rivoluzionario c'è veramente poco e niente, sia nell'artista in sé, ormai sempre più dentro allo "star system" ed al gossip più futile e patinato, sia nella sua musica, la quale pur portando un visibile miglioramento rispetto ai suoi recenti lavori, cosa peraltro non particolarmente proibitiva, non lascia intravedere un percorso evolutivo tale da poter parlare di rivoluzione, piuttosto sembra maggiormente un ritorno alle origini, che pare avergli donato una ritrovata ispirazione ed una maggiore credibilità.
Infatti It Is Time For A Love Revolution è un album piacevole ed anche vario, composto da ben quattordici brani che mostrano le varie facce ed inclinazioni di questo eccentrico cantante americano, passando così da una sorta di garage/psychedelic rock in Love Revolution, brano a dire il vero un po' monotono, alle influenze hard di matrice zeppeliniana dell'ottima Bring It On, in cui spolvera nuovamente riff degni del suo nome, alle tante già previste (trattandosi di una "Love Revolution") ballate d'amore, alcune delle quali si erigono su melodie riconducibili ai Beatles, come accade in Good Morning e A New Door, altre invece più attuali ed anche ordinarie ma pur sempre valide e piacevoli, come la quiete e dimessa I Love The Rain o la più romantica, languida e struggente A Long And Sad Goodbye. Sempre tra le varie ballate, un posto di rilievo spetta al singolo I'll Be Waiting, magari un po' ruffiana ma perfetta nel suo ruolo da singolo di lancio, forse la ballata che più di tutte identifica il lato più romantico e malinconico dell'attuale Kravitz.
Ma il cantante afro-americano ha dalla sua anche la capacità di saper variare la propria proposta, con esiti non sempre pienamente soddisfacenti, come avviene con Love Love Love, in cui si prodiga in sonorità funky e spezzoni rap che riportano alla mente gli ultimi Red Hot Chili Peppers, lasciando anche una forte sensazione di risentito, o ancora con Will You Marry Me e This Moment Is All There Is, brani in cui Prince sembra essere più che un semplice punto di riferimento. Va meglio invece con Dancin' 'Til Dawn, più ritmata e vitale, e soprattutto con la coppia finale tutta incentrata sulla sua visione critica verso la guerra e l'attuale amministrazione americana: Back In Vietnam, inno antimilitarista in cui trova spazio anche l'attuale situazione irachena e non solo la guerra del Vietnam, e I Want To Go Home.

Senza ombra di dubbio It Is Time For A Love Revolution rappresenta il miglior album di Lenny Kravitz da circa dieci anni a questa parte, come testimoniato anche da gran parte della critica, che ha accolto con un certo entusiasmo quest'ultimo lavoro dell'artista new-yorkese, il quale confeziona un disco in cui sembra avere ritrovato e rispolverato le sue origini.
Da notare che nella versione giapponese sono presenti anche due bonus track, la seconda delle quali, ossia Confused, sembra quasi un plagio, più o meno voluto, di Since I've Been Loving You dei Led Zeppelin. (Salvo Sciumè)

mercoledì 6 febbraio 2008

Subsonica - L'eclissi


I ritorni dei Subsonica sono sempre segnati da un certo grado di attesa: attesa che la band torinese e’ sempre riuscita, di volta in volta, a soddisfare.
Il nuovo lavoro, “L’eclissi “ e un treno pulsante di suoni e ritmi che trovano un buon vessillo nella dance cupa e frastornata di “Veleno” e nelle sue pulsazioni tecnofobiche che reggono sui ritmi vocali serrati di Samuel .Nella composizione , i testi spezzati da costanti loop e synth, melodie veloci assecondate da estenuanti bassi non troppo lontani dai piu’ letali Chemical Brothers con i ritornelli dalla bella armonia stile Subsonica come in “La Glaciazione” .
Sembra che la band si guardi alle spalle ripercorrendosi e rinnovandosi lasciando da parte le digressioni rock di “Terrestre” e immedesimandosi nel viaggio electro gia’ iniziato con “Microchip Emozionale” e avviato con “Amorematico”, ripescando ora da solidi groove costruiti sui bombardamenti sonori di “Boosta” che crea con la complicità della voce di Samuel grandi episodi di elettro/pop in “ L’ultima Risposta” e fara’ felici gli amanti della dancefloor in “ Il Centro Della Fiamma “ , dove compaiono anche le prime chitarre .
I testi seguono una scia angosciosa e fredda, a riconfermare la profondità compositiva che i Subsonica hanno raggiunto ormai da tempo, e non manca lo spazio per la ricerca di nuove, vorticose formule verbali in “ Quattrodieci “ , bene abbinate alle grasse ritmiche che arrivano a martellare i nostri timpani per poi sopraffarli con la jungle di “Piombo “, che richiama il maestro Goldie.
L’impressione e che la band possa davvero far un ottimo dj - set del nuovo lavoro , una sorta di grande party tra dance elettronica e piccole contaminazioni rock frullate sui paurosi bpm altissimi e infuocati che rendono “L’eclissi” un disco compatto, ruvido senza sfaccettature pop di alcun tipo se non per i testi che si concedono ancora alle aperture melodiche dell’ asfissiante “Alibi”.
Un viaggio fulmineo e vertiginoso verso un percorso noto ai tanti seguaci della band, ma che ora, trapiantato sulla distanza dei dieci anni, risulta pasradossalmente piu’ attuale ed eccessivo che mai: un altro mattone e’ stato inserito nel muro sonoro dei Subsonica.

martedì 5 febbraio 2008

Sheryl Crow - Detours


"Life is what happens to you while you're busy making other plans," John Lennon sang, and that lyric could stand as the theme of Detours, the powerful new Sheryl Crow album. What happened in Crow's case — the collapse of her engagement to Lance Armstrong ("Diamond Ring"), a bout with breast cancer ("Make It Go Away") and a world in meltdown ("Shine Over Babylon") — is intense but far from a laugh riot. "Now That You're Gone" and "Love Is All There Is" are the sort of big pop singles Crow is known for. For the most part, though, Detours is a relatively stripped-down affair.
The album was produced by Bill Bottrell, who also oversaw Crow's multi­platinum 1993 debut, Tuesday Night Music Club. Each track assumes its own sonic identity. "Peace Be Upon Us" mingles lush Arabic elements and psychedelic effects; "God Bless This Mess" features Crow accompanying herself on acoustic guitar and sounds as raw as a demo. The easy swing of "Love Is Free" balances the jittery rhythms and schoolyard chants of "Out of Our Heads." What holds these fourteen songs together is Crow's unwavering emotional commitment. She confronts both personal and political terrors, and emerges hopeful — getting where she needs to go, despite the detours.
(Anthony Decurtis)

giovedì 31 gennaio 2008

Alicia Keys


Alicia Keys' official website said she possesses an "old soul," and the hard facts seem to back up the implied claim of wisdom and experience that transcend her youth. Barely in her twenties, Keys was responsible for an extremely hot debut, Songs in A Minor. The release, which she wrote and produced for Clive Davis' J Records, blends diverse influences, including R&B, hip-hop, classical, and jazz. The day the album went on the market, it sold more than 50,000 copies. Label executives confidently predicted similarly favorable numbers for the first week's tally. Around the time that Songs in A Minor was released, Keys was popping up everywhere, including an Associated Press story. Where had she been before then? Her entire life, it seems, had been an accelerated learning experience, preparing her for a career in music. A Manhattan native, her musical gifts became apparent when she was five years old. As a choir major enrolled in Manhattan's Professional Performance Arts School, she further developed her vocal talents with extra help from a teacher. By the time she was 16, Keys graduated and entered Columbia University. Music beckoned, however, and she quickly left Columbia behind. Keys was writing songs when she was 14, with seven years of piano lessons under her belt by that time. In later years, she appeared on movie soundtracks, including Shaft and Men in Black. In 1998, she signed a deal with Arista Records when the company triumphed in a bidding war over other labels. When Davis left the company for J Records in 1999, Keys went along. Davis promoted the careers of such artists as Carlos Santana and Whitney Houston, and part of his launch strategy for Keys was to secure exposure on BET and MTV, as well as on The Oprah Winfrey Show. Her 2001 major-label debut, Songs in A Minor, hit number one, went multi-platinum, and was followed in 2003 by another chart-topper, The Diary of Alicia Keys, which became a Grammy winner. The live CD/DVD Unplugged appeared in 2005, following her previous releases to the top of the charts. Two years later, Keys released her third studio full-length, the poppier As I Am, which included contribution from Linda Perry and John Mayer, among others. ~ Linda Seida, All Music Guide

mercoledì 23 gennaio 2008

Cristina Donà - La Quinta Stagione


Svolta che aveva in sé i germogli di una rivoluzione. "Dove sei tu", terzo album di Cristina Donà, si segnalava per il suono, molto meno spigoloso che in passato, e per il diverso piglio delle melodie, sempre ricercate eppure più vendibili. Cambiamenti più che altro formali, dato che la Donà confermava pregi e difetti nella sua persistente doppia veste di musicista curiosa e melodista raffinata, a volte fin troppo persa a rincorrere soluzioni poco adatte alle sue corde.

"La quinta stagione" esce a quattro anni da allora, con tanto di major e nuova produzione (Emi e Peter Walsh). E' qui che la Donà si getta alle spalle il passato; e gli esperimenti. Dieci ballate, arrangiamenti timidi più che garbati, suono totalmente appiattito.
Apro una parentesi. Ho sempre ritenuto che il talento maggiore della cantautrice lombarda sia stato quello di saper scrivere benissimo un tipo di canzone: quel lento atmosferico e involuto squarciato di pathos all'improvviso, alla "Goccia", ma anche alla "Invisibile" (per andare alla chiave più pop, che è poi quella del nuovo disco). Bene, di canzoni del genere a questo giro ce n'è solo una, ed è il gran bel singolo d'apertura, "Universo".

Il grosso pensa invece a barcamenarsi, viaggiando da arie classiche ("Come le lacrime") sino a ballate rock ("L'eclissi" e "Niente di particolare"), e sfondando la porta della prevedibilità. Maggiore personalità fra i brani portanti la trovano solo "I duellanti" e "Laure", che pure non convincono, e mostrano in modo ancor più bieco come il formato (lievi pop-rock con fumo di classe e gusto insipido) non lasci spazio a variazioni consistenti.
E infatti sono proprio i contorni a brillare, come "Settembre", con le sue decisioni, le sue inquietudini, i suoi synth e la linea che ricalca "Volo in deltaplano" (uno dei pezzi più introversi di "Nido"). Come "Conosci", recitato su archi, che regala anche uno dei rari sussulti a livello di testi ("Conosci i miei occhi quando guardano verso di te, i giorni normali senza un gesto da ricordare. Conosci i miei occhi quando guardano lontano da te, i particolari delle mani che non so curare"), per il resto persi in un racconto di coppia, amore e problemi alquanto banale ("Ma non c'è niente di particolare, a parte il fatto che mi manchi. E non c'è niente di particolare, vorrei essere con te").

Scavalcando la fantasia eccessiva del suo recente passato, la Donà fa il giro completo fino a ingrigirsi del tutto il vestito. L'atteggiamento alienante della produzione e gli stretti argini di un mezzo espressivo inadatto ne cancellano ogni guizzo vitale; al punto che finalmente anche il suo nome potrebbe far breccia negli spazi dei soloni incappottati e imbolsiti dai loro anni di militanza pseudo-critica.
(Ciro Frattini)

domenica 20 gennaio 2008

Foo Fighters - Echoes, silence, patience and grace


“Echoes, silence, patience and grace” - sesto album in studio dei Foo Fighters- sta scalando rapidamente le classifiche (attualmente è al quinto posto degli album più scaricati da iTunes), trainato dal potentissimo singolo “The Pretender” che ormai conosciamo bene. Devo dire che l’album ha mantenuto tutte le aspettative: è un disco potente, ben suonato e accattivante nel suo mix di rumore e melodia. I Fighters si prendono qualche libertà, come il brano acustico “Ballad of the beacondfield“, o la struggente “Let it die” (la prima canzone in cui Dave Grohl parla apertamente del dramma e della morte di Cobain), mentre brani come “Erase/replace” e “Long road to ruin” sono pronti a riempire i dancefloor dei club rock di mezzo mondo.

La presenza di “Lei it die” ha stupito molti; Grohl infatti non ha mai amato parlare della sua avventura con i Nirvana, dei suoi rapporti con il suo ex cantante e dei tragici giorni della sua scomparsa, forse per rispetto verso la memoria di un amico, forse per togliersi di dosso l’etichetta di ex Nirvana e ricostruirsi una carriera, o più probabilmente per entrambi i motivi. Ma ora, a 13 anni da quel tragico colpo di fucile - e con una carriera solista ormai consolidata – accetta finalmente di parlare di quel terribile momento. Ha infatti dichiarato, durante un’intervista alla Virgin Radio britannica, che dopo la morte di Cobain e lo scioglimento dei Nirvana pensò seriamente di abbandonare il mondo della musica.

“Quando i Nirvana si sciolsero – continua – non sapevo davvero cosa fare. Le nostre vite e il nostro mondo erano sconvolte. E’ difficile immaginare di suonare ancora dopo eventi del genere. E’ stata davvero dura, ho sempre scritto e registrato canzoni da solo, ma non volevo suonarle davanti a qualcuno”.

Per fortuna, spiega, dopo aver viaggiato un po’ per il mondo, si è ricreduto e in soli 6 giorni ha inciso il primo album dei Foo Fighters. Forse, tredici anni dopo, Grohl si è davvero liberato per sempre di un fantasma tanto grande quanto ingombrante

mercoledì 16 gennaio 2008

Amy Winehouse


Amy Winehouse, cotonata come Dusty Springfield e Petula Clark, al numero uno delle classifiche inglesi: ma siamo nel 1967 o nel 2007? Ascolti il suo secondo disco, uscito in Inghilterra l’ottobre scorso, e non puoi fare a meno di chiederti se non si tratti per caso di una ristampa della Kent o di un gioiellino rimasto nascosto nei cassetti di Dave Godin, britannico Indiana Jones del soul purtroppo scomparso qualche anno fa. C’è che a confronto di questa tenera ragazzaccia di North London anche Joss Stone sembra Bjork. E pure le volitive regine del nu-soul americano, Lauryn Hill, India.Arie e Macy Gray, c’entrano poco o nulla con questo manufatto di archeologia musicale. E’ un falso, naturalmente, ma d’autore: piccoli indizi di attualità emergono solo nei testi infarciti di “explicit lyrics” (una volta c’era la censura….) e nel missaggio, con la sezione ritmica spesso ben scolpita in primo piano come si usa nei dischi hip-hop (sarà stato Mark Ronson, coproduttore dell’album; e non a caso al rapper Ghostface Killah è stato commissionato il remix di uno dei brani in scaletta, “You know I’m no good”). Il resto però è puro modernariato sonoro, r&b fine anni ’50 e soul anni ’60 della più bella specie, con qualche incursione in attigui territori “black” come il titolo dell’album (tra le altre cose) suggerisce. Puro esercizio di stile, esperimento di genetica musicale? Chissà. Ma il bello è che suona tutto autentico, avvalorato dalle testimonianze di chi Amy l’ha vista esibirsi su un palco, il suo ambiente naturale. Non è bella e non è chic, ma ha una indiscutibile presenza scenica e un suo naturale, stropicciato candore. E quel vocione…possibile che esca da quello scricciolino pallido e pieno di tatuaggi (le forme abbondanti degli inizi sono già un ricordo) e non da una grande mama nera? E’ così, e grazie a una dieta ferrea a base di gruppi vocali femminili d’epoca, di Phil Spector e di Motown la ragazzina un po’ sciroccata che ci siamo trovati di fronte in una recente conferenza stampa si cala prodigiosamente nei panni delle dive di un tempo: non tanto la solita e stracitata Aretha Franklin, magari, ma quella tonalità voluminosa e tondeggiante, quei begli ottoni un po’ ossidati e quel ritmo “shuffle” e strascicato ricordano semmai i dischi Atlantic di un periodo ancora antecedente (Ruth Brown, per esempio) o il timbro “whisky e sigarette” di Esther Phillips. E “Back to black”, “He can only hold her”, il terzinato di “Wake up alone”, la deliziosa ballata “Love is a losing game” certo prezioso soul minore dei Sixties: che so, Bessie Banks, Doris Duke, Bettye Swann, Doris Troy…Mica roba da niente. Aggiungeteci la lingua impertinente di Amy, una che non le manda mai a dire: prende di petto l’argomento tabù delle sue ben note inclinazioni alcoliche e ne ricava un singolo contagioso ed esilarante, “Rehab” (“Hanno cercato di farmi andare al centro di riabilitazione ma io ho detto no, no, no”, recita la prima strofa del testo), poi si chiede “che cavolo di stronzata è mai questa”, insultando il partner colpevole di averle fatto perdere un concerto dell’amato Slick Rick (“Me & Mr. Jones”). Il soffice rocksteady di “Just friend” potrebbe magari calzare anche a Lily Allen, collega connazionale altrettanto giovane e spudorata, ma è solo un’impressione momentanea: “Tears dry on their own” assomiglia così tanto a “Ain’t no mountain high enough” che l’altro produttore Salaam Remi ha pensato bene di metterci in mezzo un sample originale del classico di Marvin Gaye. Gli inglesi di ogni età, che conservano nel dna una passione innata per il Northern Soul, non potevano non innamorarsene. Ma anche più a Sud sarebbe un peccato farsi scappare un disco da party, da sabato sera e da ore piccole come questo.
(Alfredo Marziano)
 
Google