giovedì 31 gennaio 2008

Alicia Keys


Alicia Keys' official website said she possesses an "old soul," and the hard facts seem to back up the implied claim of wisdom and experience that transcend her youth. Barely in her twenties, Keys was responsible for an extremely hot debut, Songs in A Minor. The release, which she wrote and produced for Clive Davis' J Records, blends diverse influences, including R&B, hip-hop, classical, and jazz. The day the album went on the market, it sold more than 50,000 copies. Label executives confidently predicted similarly favorable numbers for the first week's tally. Around the time that Songs in A Minor was released, Keys was popping up everywhere, including an Associated Press story. Where had she been before then? Her entire life, it seems, had been an accelerated learning experience, preparing her for a career in music. A Manhattan native, her musical gifts became apparent when she was five years old. As a choir major enrolled in Manhattan's Professional Performance Arts School, she further developed her vocal talents with extra help from a teacher. By the time she was 16, Keys graduated and entered Columbia University. Music beckoned, however, and she quickly left Columbia behind. Keys was writing songs when she was 14, with seven years of piano lessons under her belt by that time. In later years, she appeared on movie soundtracks, including Shaft and Men in Black. In 1998, she signed a deal with Arista Records when the company triumphed in a bidding war over other labels. When Davis left the company for J Records in 1999, Keys went along. Davis promoted the careers of such artists as Carlos Santana and Whitney Houston, and part of his launch strategy for Keys was to secure exposure on BET and MTV, as well as on The Oprah Winfrey Show. Her 2001 major-label debut, Songs in A Minor, hit number one, went multi-platinum, and was followed in 2003 by another chart-topper, The Diary of Alicia Keys, which became a Grammy winner. The live CD/DVD Unplugged appeared in 2005, following her previous releases to the top of the charts. Two years later, Keys released her third studio full-length, the poppier As I Am, which included contribution from Linda Perry and John Mayer, among others. ~ Linda Seida, All Music Guide

mercoledì 23 gennaio 2008

Cristina Donà - La Quinta Stagione


Svolta che aveva in sé i germogli di una rivoluzione. "Dove sei tu", terzo album di Cristina Donà, si segnalava per il suono, molto meno spigoloso che in passato, e per il diverso piglio delle melodie, sempre ricercate eppure più vendibili. Cambiamenti più che altro formali, dato che la Donà confermava pregi e difetti nella sua persistente doppia veste di musicista curiosa e melodista raffinata, a volte fin troppo persa a rincorrere soluzioni poco adatte alle sue corde.

"La quinta stagione" esce a quattro anni da allora, con tanto di major e nuova produzione (Emi e Peter Walsh). E' qui che la Donà si getta alle spalle il passato; e gli esperimenti. Dieci ballate, arrangiamenti timidi più che garbati, suono totalmente appiattito.
Apro una parentesi. Ho sempre ritenuto che il talento maggiore della cantautrice lombarda sia stato quello di saper scrivere benissimo un tipo di canzone: quel lento atmosferico e involuto squarciato di pathos all'improvviso, alla "Goccia", ma anche alla "Invisibile" (per andare alla chiave più pop, che è poi quella del nuovo disco). Bene, di canzoni del genere a questo giro ce n'è solo una, ed è il gran bel singolo d'apertura, "Universo".

Il grosso pensa invece a barcamenarsi, viaggiando da arie classiche ("Come le lacrime") sino a ballate rock ("L'eclissi" e "Niente di particolare"), e sfondando la porta della prevedibilità. Maggiore personalità fra i brani portanti la trovano solo "I duellanti" e "Laure", che pure non convincono, e mostrano in modo ancor più bieco come il formato (lievi pop-rock con fumo di classe e gusto insipido) non lasci spazio a variazioni consistenti.
E infatti sono proprio i contorni a brillare, come "Settembre", con le sue decisioni, le sue inquietudini, i suoi synth e la linea che ricalca "Volo in deltaplano" (uno dei pezzi più introversi di "Nido"). Come "Conosci", recitato su archi, che regala anche uno dei rari sussulti a livello di testi ("Conosci i miei occhi quando guardano verso di te, i giorni normali senza un gesto da ricordare. Conosci i miei occhi quando guardano lontano da te, i particolari delle mani che non so curare"), per il resto persi in un racconto di coppia, amore e problemi alquanto banale ("Ma non c'è niente di particolare, a parte il fatto che mi manchi. E non c'è niente di particolare, vorrei essere con te").

Scavalcando la fantasia eccessiva del suo recente passato, la Donà fa il giro completo fino a ingrigirsi del tutto il vestito. L'atteggiamento alienante della produzione e gli stretti argini di un mezzo espressivo inadatto ne cancellano ogni guizzo vitale; al punto che finalmente anche il suo nome potrebbe far breccia negli spazi dei soloni incappottati e imbolsiti dai loro anni di militanza pseudo-critica.
(Ciro Frattini)

domenica 20 gennaio 2008

Foo Fighters - Echoes, silence, patience and grace


“Echoes, silence, patience and grace” - sesto album in studio dei Foo Fighters- sta scalando rapidamente le classifiche (attualmente è al quinto posto degli album più scaricati da iTunes), trainato dal potentissimo singolo “The Pretender” che ormai conosciamo bene. Devo dire che l’album ha mantenuto tutte le aspettative: è un disco potente, ben suonato e accattivante nel suo mix di rumore e melodia. I Fighters si prendono qualche libertà, come il brano acustico “Ballad of the beacondfield“, o la struggente “Let it die” (la prima canzone in cui Dave Grohl parla apertamente del dramma e della morte di Cobain), mentre brani come “Erase/replace” e “Long road to ruin” sono pronti a riempire i dancefloor dei club rock di mezzo mondo.

La presenza di “Lei it die” ha stupito molti; Grohl infatti non ha mai amato parlare della sua avventura con i Nirvana, dei suoi rapporti con il suo ex cantante e dei tragici giorni della sua scomparsa, forse per rispetto verso la memoria di un amico, forse per togliersi di dosso l’etichetta di ex Nirvana e ricostruirsi una carriera, o più probabilmente per entrambi i motivi. Ma ora, a 13 anni da quel tragico colpo di fucile - e con una carriera solista ormai consolidata – accetta finalmente di parlare di quel terribile momento. Ha infatti dichiarato, durante un’intervista alla Virgin Radio britannica, che dopo la morte di Cobain e lo scioglimento dei Nirvana pensò seriamente di abbandonare il mondo della musica.

“Quando i Nirvana si sciolsero – continua – non sapevo davvero cosa fare. Le nostre vite e il nostro mondo erano sconvolte. E’ difficile immaginare di suonare ancora dopo eventi del genere. E’ stata davvero dura, ho sempre scritto e registrato canzoni da solo, ma non volevo suonarle davanti a qualcuno”.

Per fortuna, spiega, dopo aver viaggiato un po’ per il mondo, si è ricreduto e in soli 6 giorni ha inciso il primo album dei Foo Fighters. Forse, tredici anni dopo, Grohl si è davvero liberato per sempre di un fantasma tanto grande quanto ingombrante

mercoledì 16 gennaio 2008

Amy Winehouse


Amy Winehouse, cotonata come Dusty Springfield e Petula Clark, al numero uno delle classifiche inglesi: ma siamo nel 1967 o nel 2007? Ascolti il suo secondo disco, uscito in Inghilterra l’ottobre scorso, e non puoi fare a meno di chiederti se non si tratti per caso di una ristampa della Kent o di un gioiellino rimasto nascosto nei cassetti di Dave Godin, britannico Indiana Jones del soul purtroppo scomparso qualche anno fa. C’è che a confronto di questa tenera ragazzaccia di North London anche Joss Stone sembra Bjork. E pure le volitive regine del nu-soul americano, Lauryn Hill, India.Arie e Macy Gray, c’entrano poco o nulla con questo manufatto di archeologia musicale. E’ un falso, naturalmente, ma d’autore: piccoli indizi di attualità emergono solo nei testi infarciti di “explicit lyrics” (una volta c’era la censura….) e nel missaggio, con la sezione ritmica spesso ben scolpita in primo piano come si usa nei dischi hip-hop (sarà stato Mark Ronson, coproduttore dell’album; e non a caso al rapper Ghostface Killah è stato commissionato il remix di uno dei brani in scaletta, “You know I’m no good”). Il resto però è puro modernariato sonoro, r&b fine anni ’50 e soul anni ’60 della più bella specie, con qualche incursione in attigui territori “black” come il titolo dell’album (tra le altre cose) suggerisce. Puro esercizio di stile, esperimento di genetica musicale? Chissà. Ma il bello è che suona tutto autentico, avvalorato dalle testimonianze di chi Amy l’ha vista esibirsi su un palco, il suo ambiente naturale. Non è bella e non è chic, ma ha una indiscutibile presenza scenica e un suo naturale, stropicciato candore. E quel vocione…possibile che esca da quello scricciolino pallido e pieno di tatuaggi (le forme abbondanti degli inizi sono già un ricordo) e non da una grande mama nera? E’ così, e grazie a una dieta ferrea a base di gruppi vocali femminili d’epoca, di Phil Spector e di Motown la ragazzina un po’ sciroccata che ci siamo trovati di fronte in una recente conferenza stampa si cala prodigiosamente nei panni delle dive di un tempo: non tanto la solita e stracitata Aretha Franklin, magari, ma quella tonalità voluminosa e tondeggiante, quei begli ottoni un po’ ossidati e quel ritmo “shuffle” e strascicato ricordano semmai i dischi Atlantic di un periodo ancora antecedente (Ruth Brown, per esempio) o il timbro “whisky e sigarette” di Esther Phillips. E “Back to black”, “He can only hold her”, il terzinato di “Wake up alone”, la deliziosa ballata “Love is a losing game” certo prezioso soul minore dei Sixties: che so, Bessie Banks, Doris Duke, Bettye Swann, Doris Troy…Mica roba da niente. Aggiungeteci la lingua impertinente di Amy, una che non le manda mai a dire: prende di petto l’argomento tabù delle sue ben note inclinazioni alcoliche e ne ricava un singolo contagioso ed esilarante, “Rehab” (“Hanno cercato di farmi andare al centro di riabilitazione ma io ho detto no, no, no”, recita la prima strofa del testo), poi si chiede “che cavolo di stronzata è mai questa”, insultando il partner colpevole di averle fatto perdere un concerto dell’amato Slick Rick (“Me & Mr. Jones”). Il soffice rocksteady di “Just friend” potrebbe magari calzare anche a Lily Allen, collega connazionale altrettanto giovane e spudorata, ma è solo un’impressione momentanea: “Tears dry on their own” assomiglia così tanto a “Ain’t no mountain high enough” che l’altro produttore Salaam Remi ha pensato bene di metterci in mezzo un sample originale del classico di Marvin Gaye. Gli inglesi di ogni età, che conservano nel dna una passione innata per il Northern Soul, non potevano non innamorarsene. Ma anche più a Sud sarebbe un peccato farsi scappare un disco da party, da sabato sera e da ore piccole come questo.
(Alfredo Marziano)
 
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