lunedì 9 giugno 2008

Gomorra


Totò ha tredici anni, aiuta la madre a portare la spesa a domicilio nelle case del vicinato e sogna di affiancare i grandi, quelli che girano in macchina invece che in motorino, che indossano i giubbotti antiproiettile, che contano i soldi e i loro morti. Ma diventare grandi, a Scampia, significa farli i morti, scambiare l'adolescenza con una pistola. O magari, come accade a Marco e Ciro, trovare un arsenale, sparare cannonate che ti fanno sentire invincibile. Puoi mettere paura, ma c’è sempre chi ne ha meno di te. Impossibile fuggire, si sta da una parte o dall'altra, e può accadere che la guerra immischi anche Don Ciro (Imparato), una vita da tranquillo porta-soldi, perché gli ordini sono mutati, il clan s'è spezzato in due. Si può cambiare mestiere, passare come fa Pasquale dalla confezione di abiti d'alta moda in una fabbrica in nero a guidare i camion della camorra in giro per l'Italia, ma non si può uscire dal Sistema che tutto sa e tutto controlla. Quando Roberto si lamenta di un posto redditizio e sicuro nel campo dello smaltimento dei rifiuti tossici, Franco (Servillo), il suo datore di lavoro, lo ammonisce: non creda di essere migliore degli altri. Funziona così, non c’è niente da fare.
Matteo Garrone porta sullo schermo Gomorra, libro-scandalo di Roberto Saviano che in Italia ha venduto oltre un milione di copie, aprendo il sipario sulla luce artificiale e ustionante di una lampada per camorristi vanitosi ed esaltati. Il sole non illumina più le province di Napoli e Caserta, impossibile rischiarare questa terra buia e straniera al punto che gli italiani hanno bisogno dei sottotitoli per decifrarla. Siamo in un altro paese: all'inferno. Che non si trova nel centro della terra, ma solo pochi metri giù dalla statale o sotto la coltivazione delle pesche che mangiamo tutti, nutrite di scorie letali, trasformate in bombe che seminano tumori con la compiacenza dei rispettabili industriali del nord.
Nessun barlume di bellezza dentro questo buio fitto sotto il sole; forse la bellezza è nata qui, per caso o per errore, ma è volata lontano, addosso a Scarlett Johansson, col risultato che chi l'ha partorita è rimasto ancora più solo ed impotente.
Il film di Garrone è crudo e angosciante, ripreso dal vero, musicato dal suono delle grida e degli spari di Scampia. Una volta si diceva "giusto", quando dire "bello" non aveva senso. Giustissimo, dunque.
Del libro, il film sceglie alcuni fili, li intreccia, s'impone come uno sciroppo avvelenato, senza la possibilità di voltar pagina o sospendere la lettura. Del libro, soprattutto, sposa il punto di vista, da dentro, e tuttavia inevitabilmente fuori, in salvo. "Ma - scrive Saviano - osservare il buco, tenerlo davanti insomma, dà una sensazione strana. Una pesantezza ansiosa. Come avere la verità sullo stomaco". Gomorra, sullo stomaco, pesa come un macigno. Solo una ruspa potrebbe sollevarlo, per "sversarlo" altrove e chiudere in circolo vizioso, come il suono del film. (mymovies)

mercoledì 4 giugno 2008

Sebastien Tellier - Sexuality (2008)


Sessualità, o meglio: passione, contatto, fusione, orgasmo e amore. L’inebriante gestualità dei corpi a sublimare l’emanazione diretta delle fragranze più candide dell’animo umano.
Sullo sfondo un guerriero e il suo cavallo sondano afrodisiaci sentieri, rivelando una nuova forma di edonismo naif, interpretando quel dualismo interiore dell’esser maschio: uomo/animale, spirito/carne.

Da questa piccante figurazione nasce “Sexuality”, sesto lavoro del parigino Sebastien Tellier. Con esso l’electro-writer francese avvolge tutte le sue manie in un nuovo mantello pop di seta pregiata, per approdare con la consueta seductiòn su caldissime spiagge esotiche. Un disco che mescola Gainsburg, idolatria Kubrick, soul, pop, french touch, ululati kitsch e una quantità divina di citazioni erotiche. Il tutto è frullato e servito con classe da Guy-Manual de Homem Cristo. Una formula estatica dagli ingredienti più disparati che testimonia la volontà netta di ammorbidire fin da subito gli entusiasmi elettronici di “Politcs”, grazie a una maggiore consapevolezza d’intenti, stavolta più vicina ai sentimentalismi soul post-Motown che ai briosi sfarzi elettronici di pseudo-protesta politica.
Tellier riduce all’osso le sue velleità, annusando antichi bordelli sintetici, scoprendosi maestro soul, scultore kitsch e provocatore pop.

La libidine come metronomo ritmico, si parte lentamente, con grazia, c’è da conquistare il cuore di una donna, bisogna condurla tra nivee lenzuola, sognare di danzare al più presto su morbidi cuscini, cesellando a piccole dosi un’accattivante propulsione vocale (“Roche”). Teatrante e cantante allo stesso tempo, Sebastien è il perfetto chansonnier del nuovo millennio.
“Kilometer” è synth-pop eccitato, scarno e seducente quanto basta. Gemiti femminei a stimolare le sobrie variazioni del synth. “Look” muove le sue leve su un tappeto melodico dannatamente anni Ottanta, impossibile restar fermi, è necessario aprire la stiva degli alcolici e prepararsi un long drink esotico per poterla gustare tutta. Stesso dicasi per “Divine”: “ba ba ba ba barbara” spensierato, di west-coastiana memoria, zuccheroso e birichino, a ruotar sul più classico (ma eterno) dei beat in salsa revival.

E’ una festa chiccosa di manie kitsch ultra-magnetiche, ogni singola traccia riuscirebbe a scuotere anche la più frigida delle puellae latine. Tellier sfila dal suo arco una serie stimolante di frecce infuocate, su tutte la pornografica “Pomme”, sospinta com’è da orgasmi rosa incontrollati e da una tastiera volutamente liquida, a tratti eterea.
Ma è in “Sexual Sportswear” che il timido Casanova apre tutte le stanze del suo harem. L’iniziale piroetta del synth contorce tutti i suoi giri nella più incandescente delle metafore soniche/erotiche degli ultimi anni. E’ tutto un magma di pulsazioni kitsch, di loop in visibilio, di ormoni elettronici.
La dovuta quiete dei sensi dopo la tempesta dei corpi sopraggiunge con “Elle”, altra ballata erotico-romantica, cadenzata, gentilissima nel suo fluir roboante.

Il nostro attua un costante inchino verso l’universo femminile, “Manty” ne esalta la visione. Con essa (e con il suo italiano spicciolo) Sebastien impartisce la più classica delle lezioni sull’amore e sui suoi intarsi, nuotando nel solito mare calmo di ironia kitsch e stasi soul.
A chiudere quest’opera accattivante è “L’amour et la Violence”, altra scarica di romanticismo transalpino in perfetto stile telleriano. Un piano confuso, ribelle addolcisce la propria rabbia nella commozione canora di un seduttore perduto in un abisso infinito di amore e violenza, prima di stagnare nel finale su una nuvola di cicliche dissolvenze androidi.

Per questo poeta stralunato, il sesso raggiunge livelli paradisiaci solo se spinto dall’amore vero. Noi siamo clamorosamente d’accordo con lui, voi?
(OndaRock)
 
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