sabato 27 settembre 2008

Kate Nash - Made Of Bricks


Si potrebbe già prevedere la gioia dei magazine inglesi nel dipingere la nuova sfida a colpi di borsetta e lucidalabbra tra la celebrata Lily Allen e la nuova stellina Kate Nash, anche se non ci sarebbe quanto di più sbagliato. Le due ultime figlie dell'indie-pop inglese sono molto simili musicalmente, ma se la già famosa Lily Allen associa atteggiamenti da spaccatutto a canzoni con lo zucchero a velo intorno, Kate Nash invece fa della musica la sua arma principale. Musicalmente infatti non c'è paragone ed è per questo che vi invito a dedicare una ascolto, anche veloce, alla giovane londinese di origini irlandesi.

Il suo disco di esordio "Made Of Bricks" è decisamente piacevole e accattivante, seppur non innovativo, ma che trascinato da almeno 4 ottimi pezzi può diventare un metro di paragone per le altre giovani leve del pop inglese. Il singolo Foundations è cristallinamente splendido, ma anche i ritmi di Dickhead (non vi sto a dire di cosa tratta la canzone perchè è intuibile) od ancora del singolo Mariella calano l'ascoltatore in un mix tra i temi diretti di Mike Skinner e la facilità di ascolto di Just Jack e dei Twang. Nonostante il clamore e l'attenzione mediatica si sente una produzione low-fi, il disco ha e da l'idea del prodotto casalingo, anche se dietro tanta (finta) innocenza si sente anche l'evidente volontà di andare all'attacco dello scettro di Lily Allen e compagnia: che la guerra abbia inizio.

lunedì 8 settembre 2008

MGMT - Oracular Spectacular (2008)


Si sta facendo un gran parlare in rete di questo nuovo gruppo costituito da due simpatici e giovani freakettoni originari del Connecticut. L’esordio discografico è stato da poco distribuito in Europa e, dopo aver ottenuto ottimi riscontri in Inghilterra (forte anche del supporto mediatico fornito dall’Nme), l’”oracolo” si appresta molto probabilmente a conquistare le più importanti ribalte internazionali, aiutato anche dalla spinta promozionale di una major consolidata come la Columbia.
La produzione del lavoro è stata affidata ad un veterano del pop indipendente statunitense, vale a dire Dave Fridman, e questo è già un primo e fondamentale indizio: bene o male infatti, l’ombra frastagliata dei Flaming Lips aleggia su tutte le canzoni dell’album e la formazione capitanata da Wayne Coyne rimane senza dubbio uno dei referenti più immediati di questo gruppo, soprattutto a partire dai numerosissimi richiami alla psichedelia vaporosa e sognante dei medi Sessanta.

La principale novità di tutta l’operazione risiede tuttavia nelle sfumature apertamente elettro-pop che questi MGMT (da leggere: “Management”), riescono a innestare all’interno di un tessuto sonoro di per sé animato, come detto, da un spirito vivacemente psichedelico e neo-freak. I Klaxons e tutto il roboante arsenale scenografico (ai limiti della pacchianeria) del new rave incontrano così gli slanci visionari delle comuni folkeggianti appiattate nella polverosa suburbia newyorkese, da Devendra Banhart e Akron/Family fino a Animal Collective e Panda Bear (visibilmente richiamato anche nel retro di copertina del disco).

La prima metà dell'album è quella in cui tendono a prevalere i pezzi più ritmati e dalla maggiore propensione dancereccia. A spiccare sulle altre sono soprattutto l’ormai famosa “Time To Pretend”, con un giro di synth davvero irresistibile (e papabile per qualche remix di grido) e “Kids”, ancora più contagiosa (se qualche agenzia di pubblicità per disgrazia si accorge dell’esistenza di questa canzone, i nostri rischiano sul serio di diventare miliardari…). Anche se il pezzo più estremo è “Electric Feel”, in cui si assiste a un vero e proprio cortocircuito temporale in cui Chic, Prince, Rod Stewart e Michael Jackson si mettono a jammare, fingendo di essere i Bee Gees, dopo aver bevuto (o ingerito) qualcosa di molto ubriacante. A partire da “4TH Dimensional Transistion” il disco imbocca un binario più mistico e salmodiante, e il suono si arricchisce di digressioni dal tenore vagamente orientaleggiante e parentesi folk dal piglio più rarefatto e sfuggente, che finiranno con il far apprezzare questo prodotto anche a chi si è sempre tenuto scrupolosamente alla larga dal clubbing notturno (come il sottoscritto).
E il segreto in fondo sta tutto qui: suonare la chitarra alle fermate della metropolitana e al contempo ballare sui tavolini del Billionaire con gli zatteroni allacciati al collo, voler essere Syd Barrett e al tempo stesso Freddie Mercury (e in “Of Moons…” quasi ci si riesce).

A voler allargare lo sguardo (e lo spettro) critico sulle nuove tendenze della musica attuale, si inizia forse a capire che la cifra caratterizzante di tanta musica “giovane” di oggi è la trasversalità, il totale menefreghismo per divisioni di genere, di scuola, di tradizione, tutto ha lo stesso valore, tutto si colloca su un piano di completa simultaneità, niente è davvero passato, niente è del tutto presente. Finché i risultati sono questi, non ci si può certo lamentare.
(Ondarock.it)

domenica 7 settembre 2008

Pj Harvey - White Chalk


Qualcuno ha definito il nuovo look di Polly Jean Harvey “à-la sorelle Bronte” e il suono di “White Chalk” evoca in qualche modo i paesaggi notturni e aspri descritti in “Cime Tempestose” e quelli nebbiosi e uggiosi presenti in “Jane Eyre”. “White Chalk” contiene brani che potrebbero piacere molto a Charlotte e Emily.
Un disco intenso e spiazzante, interamente scritto al pianoforte, dove è la voce l’unica vera protagonista. Una voce, come la musica, sempre acuta, confessante, che si innalza fino a grida di dolore.

Per la prima volta PJ Harvey non duetta con se stessa, ma utilizza la voce come non aveva osato fare prima: come un semplice coretto, come un coro intero e come vero e proprio strumento musicale che fa parte del gruppo. Gruppo che c’è, ma si sente poco, pochissimo, in maniera del tutto sussurrata: ci si accorge appena del clavicembalo, delle tastiere, dell’arpa, di interventi elettronici, e la loro presenza rischia di passare elegantemente inosservata, perché tutto gira intorno al tormento di Polly Jean, che finalmente sviluppa le atmosfere sperimentate in “The Darker Days Of Me & Him”, “Un Cercle Autour Du Soleil” e nella celebre b-side “Who Will Love Me Now?”.

Accantonata l’euforia e la spensieratezza di “Stories From the City, Stories From The Sea” e l’allegra sfrontatezza di “Uh Huh Her”, Polly Jean si ritrova nuovamente abbandonata con la consapevolezza di una donna vicina ai quaranta, ben più matura della passionale Fanciulla Gentil di cui ci narrava 11 anni fa in “To Bring You My Love”. “White Chalk” sembra essere un disco con cui la cantautrice del Dorset tenta di fare ammenda con se stessa per essere stata in qualche modo felice negli ultimi anni. Polly Jean è a pezzi, frantumata al suolo, caduta in picchiata dal settimo cielo.

Decisamente più vicina a Kate Bush che a Patti Smith, sicuramente molto lontano da qualsiasi cosa PJ Harvey abbia mai prodotto. Per la prima volta si parla chiaro, PJ non racconta storie, non ci descrive paesaggi, non ci narra di angeli abbandonati a loro stessi. Polly Jean non è mai stata tanto nuda in nessuno dei suoi dischi. Un disco di solitudine assoluta: nell’introduttiva ed esaustiva “The Devil” (“As soon as I’m left alone – The Devil wanders into my soul”), nella criptica “The Piano” (“Oh God I miss you”), in “To Talk to You” (lettera aperta alla nonna scomparsa durante le lavorazioni di “Uh Huh Her”) e in “Before Departure” (la lettera d’addio di un suicida).
Menzione speciale per “When Under Ether”, primo singolo estratto, meraviglioso nella sua melodia.

Un disco attuale con un abito antico e che sembra cantato da un fantasma. Fantasma che, album dopo album, continua a confermarci che c’è modo e modo per piangersi addosso. (Ondarock.it)
 
Google