mercoledì 27 febbraio 2008

Lenny Kravitz - It Is Time For A Love Revolution


Si tratta dell'ottavo studio album del cantante e chitarrista statunitense Leonard Albert "Lenny" Kravitz, che con questo It Is Time For A Love Revolution si ripresenta a quattro anni di distanza dal precedente e poco soddisfacente Baptism, come di scarsa portata era stato Lenny del 2001.
Il suo rock ha sempre contemplato una commistione di elementi vari, dallo psychedelic rock di chiara derivazione Hendrix-iana al funk di Prince, dal pop al soul a sfumature ora più hard rock ora più folk e "cantautorali", quindi non stupisce più di tanto il ritrovare nella sua musica, ed ancor di più in questo suo ultimo lavoro, sonorità a cavallo tra la fine degli anni '60 e gli inizi degli anni '70, tra accenni più o meno retrò e vintage ad artisti che hanno fatto la storia del pop-rock, come Beatles o Jimi Hendrix, pur non disdegnando richiami ad artisti più recenti, Prince su tutti, mescolando e riformulando tutte le sue influenze in un sound intimo e viscerale, con cui affrontare tematiche anche scottanti come la guerra, il sesso o la religione. E' lo stesso Kravitz in prima persona ad occuparsi di tutto, dalla stesura dei brani fino alla produzione, suonando quasi da solo e quasi tutto per intero, e ciò ovviamente rende questo disco ancor più personale, sudato ed intimo.

Certo di rivoluzionario c'è veramente poco e niente, sia nell'artista in sé, ormai sempre più dentro allo "star system" ed al gossip più futile e patinato, sia nella sua musica, la quale pur portando un visibile miglioramento rispetto ai suoi recenti lavori, cosa peraltro non particolarmente proibitiva, non lascia intravedere un percorso evolutivo tale da poter parlare di rivoluzione, piuttosto sembra maggiormente un ritorno alle origini, che pare avergli donato una ritrovata ispirazione ed una maggiore credibilità.
Infatti It Is Time For A Love Revolution è un album piacevole ed anche vario, composto da ben quattordici brani che mostrano le varie facce ed inclinazioni di questo eccentrico cantante americano, passando così da una sorta di garage/psychedelic rock in Love Revolution, brano a dire il vero un po' monotono, alle influenze hard di matrice zeppeliniana dell'ottima Bring It On, in cui spolvera nuovamente riff degni del suo nome, alle tante già previste (trattandosi di una "Love Revolution") ballate d'amore, alcune delle quali si erigono su melodie riconducibili ai Beatles, come accade in Good Morning e A New Door, altre invece più attuali ed anche ordinarie ma pur sempre valide e piacevoli, come la quiete e dimessa I Love The Rain o la più romantica, languida e struggente A Long And Sad Goodbye. Sempre tra le varie ballate, un posto di rilievo spetta al singolo I'll Be Waiting, magari un po' ruffiana ma perfetta nel suo ruolo da singolo di lancio, forse la ballata che più di tutte identifica il lato più romantico e malinconico dell'attuale Kravitz.
Ma il cantante afro-americano ha dalla sua anche la capacità di saper variare la propria proposta, con esiti non sempre pienamente soddisfacenti, come avviene con Love Love Love, in cui si prodiga in sonorità funky e spezzoni rap che riportano alla mente gli ultimi Red Hot Chili Peppers, lasciando anche una forte sensazione di risentito, o ancora con Will You Marry Me e This Moment Is All There Is, brani in cui Prince sembra essere più che un semplice punto di riferimento. Va meglio invece con Dancin' 'Til Dawn, più ritmata e vitale, e soprattutto con la coppia finale tutta incentrata sulla sua visione critica verso la guerra e l'attuale amministrazione americana: Back In Vietnam, inno antimilitarista in cui trova spazio anche l'attuale situazione irachena e non solo la guerra del Vietnam, e I Want To Go Home.

Senza ombra di dubbio It Is Time For A Love Revolution rappresenta il miglior album di Lenny Kravitz da circa dieci anni a questa parte, come testimoniato anche da gran parte della critica, che ha accolto con un certo entusiasmo quest'ultimo lavoro dell'artista new-yorkese, il quale confeziona un disco in cui sembra avere ritrovato e rispolverato le sue origini.
Da notare che nella versione giapponese sono presenti anche due bonus track, la seconda delle quali, ossia Confused, sembra quasi un plagio, più o meno voluto, di Since I've Been Loving You dei Led Zeppelin. (Salvo Sciumè)

mercoledì 6 febbraio 2008

Subsonica - L'eclissi


I ritorni dei Subsonica sono sempre segnati da un certo grado di attesa: attesa che la band torinese e’ sempre riuscita, di volta in volta, a soddisfare.
Il nuovo lavoro, “L’eclissi “ e un treno pulsante di suoni e ritmi che trovano un buon vessillo nella dance cupa e frastornata di “Veleno” e nelle sue pulsazioni tecnofobiche che reggono sui ritmi vocali serrati di Samuel .Nella composizione , i testi spezzati da costanti loop e synth, melodie veloci assecondate da estenuanti bassi non troppo lontani dai piu’ letali Chemical Brothers con i ritornelli dalla bella armonia stile Subsonica come in “La Glaciazione” .
Sembra che la band si guardi alle spalle ripercorrendosi e rinnovandosi lasciando da parte le digressioni rock di “Terrestre” e immedesimandosi nel viaggio electro gia’ iniziato con “Microchip Emozionale” e avviato con “Amorematico”, ripescando ora da solidi groove costruiti sui bombardamenti sonori di “Boosta” che crea con la complicità della voce di Samuel grandi episodi di elettro/pop in “ L’ultima Risposta” e fara’ felici gli amanti della dancefloor in “ Il Centro Della Fiamma “ , dove compaiono anche le prime chitarre .
I testi seguono una scia angosciosa e fredda, a riconfermare la profondità compositiva che i Subsonica hanno raggiunto ormai da tempo, e non manca lo spazio per la ricerca di nuove, vorticose formule verbali in “ Quattrodieci “ , bene abbinate alle grasse ritmiche che arrivano a martellare i nostri timpani per poi sopraffarli con la jungle di “Piombo “, che richiama il maestro Goldie.
L’impressione e che la band possa davvero far un ottimo dj - set del nuovo lavoro , una sorta di grande party tra dance elettronica e piccole contaminazioni rock frullate sui paurosi bpm altissimi e infuocati che rendono “L’eclissi” un disco compatto, ruvido senza sfaccettature pop di alcun tipo se non per i testi che si concedono ancora alle aperture melodiche dell’ asfissiante “Alibi”.
Un viaggio fulmineo e vertiginoso verso un percorso noto ai tanti seguaci della band, ma che ora, trapiantato sulla distanza dei dieci anni, risulta pasradossalmente piu’ attuale ed eccessivo che mai: un altro mattone e’ stato inserito nel muro sonoro dei Subsonica.

martedì 5 febbraio 2008

Sheryl Crow - Detours


"Life is what happens to you while you're busy making other plans," John Lennon sang, and that lyric could stand as the theme of Detours, the powerful new Sheryl Crow album. What happened in Crow's case — the collapse of her engagement to Lance Armstrong ("Diamond Ring"), a bout with breast cancer ("Make It Go Away") and a world in meltdown ("Shine Over Babylon") — is intense but far from a laugh riot. "Now That You're Gone" and "Love Is All There Is" are the sort of big pop singles Crow is known for. For the most part, though, Detours is a relatively stripped-down affair.
The album was produced by Bill Bottrell, who also oversaw Crow's multi­platinum 1993 debut, Tuesday Night Music Club. Each track assumes its own sonic identity. "Peace Be Upon Us" mingles lush Arabic elements and psychedelic effects; "God Bless This Mess" features Crow accompanying herself on acoustic guitar and sounds as raw as a demo. The easy swing of "Love Is Free" balances the jittery rhythms and schoolyard chants of "Out of Our Heads." What holds these fourteen songs together is Crow's unwavering emotional commitment. She confronts both personal and political terrors, and emerges hopeful — getting where she needs to go, despite the detours.
(Anthony Decurtis)
 
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